Stato di emergenza e Stato di diritto (di Benedetto Conforti)

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Tre mesi di stato di emergenza per evitare il ripetersi di altri attacchi. È questo quanto ha dichiarato, dopo gli attacchi del 13 novembre, il presidente della Repubblica francese che ha anche informato il Segretario generale del Consiglio d’Europa. Deroghe alla Cedu. Poiché alcune delle misure conseguentemente prese dal governo avrebbero potuto comportare una deroga ad alcune delle obbligazioni previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), il Segretario generale era pregato di considerare la lettera come un’informazione ai sensi dell’art. 15 della Convenzione. L’art. 15 prevede che, in caso di guerra o di “altro pericolo pubblico che minacci la vita della Nazione”, qualsiasi Stato contraente possa prendere misure in deroga agli obblighi della Convenzione limitatamente a quanto sia strettamente necessario per fronteggiare la situazione, purché esse non contrastino con gli obblighi di diritto internazionale e con quelli derivanti dagli art. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti) e 4 (messa in schiavitù) della Convenzione. Di tali misure il Segretario generale del Consiglio d’Europa deve essere informato. Il Segretario generale non può che prendere atto dell’informazione, non avendo né il potere di vagliare la conformità delle misure prese all’art. 15 né quello di monitorarne successivamente l’applicazione. Soltanto la Corte europea dei diritti umani può decidere se sussistano le condizioni per l’applicabilità dell’art. 15, oppure se norme di diritto internazionale o gli anzidetti articoli siano stati violati. Ciò sempre che essa sia adita da uno degli altri Stati contraenti, cosa che sembra improbabile dato l’attuale contesto europeo, o da individui che pretendano di essere vittime della violazione. L’art. 15 è anche oggetto di una riserva formulata dalla Francia all’atto della ratifica della Convenzione nel 1974, riserva secondo cui le misure previste dalla legge sullo stato d’emergenza dovrebbero ritenersi come “corrispondenti all’oggetto dell’art. 15 della Convenzione”. La riserva è ovviamente assorbita dall’attuale informazione, come lo fu in un altro caso analogo relativo a dei moti occorsi in Nuova Caledonia nel 1988, caso che non diede luogo a controversie. Allo stato attuale, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte, una simile riserva sarebbe invalida e pertanto come non apposta, essendo di carattere generale e quindi contraria all’art. 57 sulle riserve. La giurisprudenza sull’articolo 15 Cedu Ciò premesso, per quanto riguarda le condizioni di applicabilità dell’art. 15, i numerosi attacchi terroristici verificatisi a Parigi, nonché la ferocia degli ultimi, non lasciano dubbi sulla loro natura di pericolo pubblico minacciante la vita della Nazione francese. D’altro canto, dalla scarsa giurisprudenza della Corte sull’art. 15 si ricava che questa si è sempre in linea di massima adeguata alla decisione dello Stato derogante, ritenendola come rientrante nel margine di apprezzamento di tale Stato. La Corte si è così comportata fin dal primo caso di applicazione dell’art. 15 (Lawless v, United Kingdom, sent. del 19 dicembre 1959) allorché ritenne, con i giudici britannici, che certe misure detentive, considerate dal ricorrente eccessive e viziate dall’abuso di diritto vietato dall’art.17 della Convenzione, fossero invece “strettamente necessarie” nel quadro della lotta ai terroristi dell’Ira. Anche nel recente caso A e a v. United Kingdom, caso anch’esso di lotta al terrorismo internazionale, la Corte (sent. del 19 febbraio 2009), nel ritenere che alcune misure adottate dal Regno Unito dopo l’11 settembre non fossero proporzionate, e quindi strettamente necessarie, rispetto al fine da raggiungere, si è adeguata ad una pronuncia della House of Lords, che aveva già constatato l’illegittimità della deroga ex art. 15. Si trattava, nella specie, della detenzione a tempo indeterminato e senza processo di presunti terroristi stranieri che non potevano essere estradati senza rischiare la tortura nei Paesi di destinazione. Anche la giurisprudenza della Corte circa l’inderogabilità delle norme degli art. 2, 3 e 4 e le norme di diritto internazionale è assai esigua. Per un caso di condanna per trattamenti disumani e degradanti in regime di art. 15 occorre risalire alla sentenza del 12 gennaio 1978, Ireland v. United Kingdom, in cui furono denunciate la violenza durante gli interrogatori e le famose cinque tecniche praticate tra un interrogatorio e l’altro. Si trattò di misure infliggenti sofferenze così intense che oggi la Corte, in base agli sviluppi successivi della sua giurisprudenza, dovrebbe considerare come atti di tortura. Né il diritto alla vita, né il divieto di schiavitù sono mai stati oggetto di decisioni. E come obblighi internazionali si è sempre pensato al diritto internazionale umanitario applicabile alle guerre internazionali o civili, laddove nel nostro caso si tratta di azioni di polizia.Con riguardo al diritto alla vita e al divieto di tortura esiste un’enorme giurisprudenza, tutta utilizzabile che ci si trovio meno in regime di emergenza. Un auspicio Certamente, alcune fattispecie hanno maggiore possibilità di verificarsi durante un regime siffatto. Per fare qualche esempio di violazione del diritto alla vita e del divieto di tortura più facilmente verificabili in periodi di emergenza, ricordiamo la giurisprudenza sul trattamento dei detenuti; ricordiamo in particolare, per il diritto alla vita, le molte condanne per le sparizioni quando lo Stato detentore non potesse almeno dimostrare di aver svolto una seria inchiesta sulle cause delle medesime, e, per il secondo, le condanne di Stati dalle cui carceri il detenuto era uscito con chiari segni di maltrattamenti fisici o psichici. C’è da augurarsi che siffatti eventi non accadano in un Paese dove la libertà è da secoli la regola.

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il Professore durante una lectio magistralis

(Benedetto Conforti, articolo per il Circolo Rosselli di Milano, 16/12/2015)

La Costituzione, i partiti, i simboli che raccontano gli italiani (di Gabriele Maestri)

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L’autore Gabriele Maestri

Li abbiamo visti tutti nella nostra vita. Li troviamo sulle schede elettorali che votiamo in cabina; ci guardano da muri e tabelloni, occhieggiando da tabelle zeppe di nomio da manifesti di propaganda; spuntano su schermi televisivi, giornali e siti web, tentando di veicolare messaggi, comunicare battaglie, idee e posizioni.

Li abbiamo visti tutti, i simboli dei partiti e delle liste, magari scuotendo la testa per la bruttezza o l’assurdità di certe trovate. Li abbiamo visti, ma forse non li abbiamo mai guardati con l’attenzione che meritano. Perché quei cerchi, oggi sempre più colorati – ma prima del 1992 erano in bianco e nero e, fosse stato per una delle ultime zampate di Francesco Cossiga al Quirinale, sarebbero rimasti così ancora per un po’ – possono dire molto della politica italiana e, prima ancora, sugli italiani che votano o si fanno votare.

Lo ammetto: io li ho visti e li ho guardati, anche troppo. Ho iniziato presto, quando non avevo ancora quattro anni: nel 1987 si votava per rinnovare le Camere, in casa arrivavano fac-simile di schede elettorali e, a urne chiuse, in televisione sfilavano continuamente gli emblemi politici della prima repubblica (e rimasi perdutamente innamorato della rosa nel pugno radicale, di cui quell’anno si fregiavaAnna Elena Staller, nota Cicciolina…). Quell’orda di simboli – che in tv erano già a colori – mi investì per giorni, ma non ne uscii traumatizzato: il tarlo simbolico, anzi, si insinuòa fondo nella mia mente, per non abbandonarla mai più.

Gli effetti sono stati così forti al punto che, finita l’università, mi è venuta l’idea di dedicare un primo articolo all’argomento; il materiale, col tempo, è cresciuto al punto da doverlo riversare – non senza rinunce – in due libri. Il primo volume, I simboli della discordia, aveva un taglio tecnico-giuridico, ma era drammaticamente serio; per potermi divertire (anche quando il retrogusto è amaro), ho scritto il secondo.

Per un pugno di simboli ha proprio lo scopo di dare voce ai tanti emblemi che negli anni hanno caratterizzato la politica italiana, perché possano raccontare «storie e mattane di una democrazia andata a male», come ho voluto indicare nel sottotitolo. Non importa che l’abbiano dominata per decenni o siano durati lo spazio di un mattino: meritano di essere raccontati per il solo fatto di essere stati concepiti.

In principio, va detto, era tutto più semplice. I simboli hanno due scopi: comunicare l’identità del partito, perché tutti ne riconoscano i valori (i contrassegni infattisono diventati obbligatori sulle schede con il suffragio universale maschile, così anche gli analfabetipotevano votare tracciando una croce) e distinguere una lista dalle altre. Almeno fino alla fine degli anni ’80 è prevalso il primo aspetto: in tanti si sono identificatinei valori contenutiin una falce con martello o in uno scudo crociato, in una fiamma tricolore o in un garofano. Oggi, con le identità quasiimpalpabili, gli emblemi parlano poco ed è difficile distinguerli dai marchi da supermercato: basta che non si somiglino troppo, per non confondere le idee a chi vota.

Già, tutto (o quasi) ruota intorno alla “confondibilità”, un rischio da evitare come la peste. Per questo la legge vieta di usare alle elezioni simboli uguali o confondibili, tutelando chi ha usato tradizionalmente un certo emblema (specialmente se ha eletti in Parlamento) o, se la raffigurazione è nuova, chi lo ha depositato per primo; nei contrassegni non si possono neanche usare soggetti religiosi, sempre per evitare che qualche elettore pensi che un partito gode della protezione di un Dio o di qualche Santo.

Tutto bene? Insomma. La confondibilitàresta un concetto soggettivo: avere le idee chiare su cosa sia confondibile (e su cosa si possa considerare «soggetto religioso») non è scontato. Alcuni problemi, poi, spuntano quando la macchina elettorale non è ancora partita, momenti sui quali la legge fino alla fine del 2013 non diceva niente o quasi: che si fa se in un partito da un congresso tumultuoso escono eletti due segretari avversari? E che succede seun gruppo di iscritti sbatte la porta ma rivendicail vecchio simbolo, ritenendo di incarnarne i valori più degli ex compagni di viaggioche hannocambiato grafica, ma non del tutto?(È successo agli “eredi” del Pci e quattro anni dopo, in modo quasi identico, a quelli del Msi).

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La copertina del libro, Aracne Editore, 2014, 372 pagine, illustrato

Per un pugno di simboli indaga tutto ciò, senza risparmiare le pagine comiche e grottesche, tratto irrinunciabile per gli italiani, e correda la narrazione con oltre 700 immagini a colori, perché senza ci sarebbe meno gusto. Si parla di falci e martelli che si moltiplicano in modo inversamente proporzionale al peso dei partiti che li mantengono; di fiammelle rimpicciolite fin quasi a spegnersi, finendo comunque più volte in tribunale; di lotte a colpi di ricorsi, diffide e lanci di microfoni per conquistare il garofano socialista, o ciò che ne resta (lotte non troppo diverse dagli scontri, meno cruenti, relativiall’edera repubblicana e al sole nascente socialdemocratico). C’è la storia infinita dello scudo crociato, da vent’anni al centro di dispute davanti ai giudici e alle commissioni elettorali: nuove o vecchie sedicenti Democrazie cristiane spuntano come funghi e ognuna pretende di essere quella originale, o almeno di poter usare in pace il simbolo.

Nel libro ci sono anche le storie di partiti Highlander, davvero immortali (nel senso che scioglierli è quasi impossibile e rispuntano fuori quando nessuno se lo aspetta), le vicende di furbacchioni matricolati, pronti a mettere in campo illusioni ottiche per raccattare voti o sgambettare avversari. Sono racconti “dell’altro mondo”, un mondo in cui si teme che un orsetto sorridente o un girasole su fondo verde somiglino a un sole che ride, in cui un mazzo fitto di garofani si confonde con un solo fiore, in cui ciurme di Pirati si combattono e insidiano soggetti a cinque stelle, in cuiillustri sconosciuti finiscono sui giornali perché il loro cognome, schiaffato in vista nel simbolo, è identico a quello dei concorrenti più famosi e qualcuno ci casca.

E c’è spazio, infine, per persone completamente votate alla causa, del loro simbolo o dell’Ideale: dalla Sacra Romana Imperatrice (Liberale Cattolica), unica garante riconosciuta del rito della fila al Viminale per consegnare gli emblemi prima del voto, al Giustiziere d’Italia che ha presentato per anni la sua stella da sceriffo, non è mai riuscito a farsi eleggere ma non ha mai abbandonato la posizione. Perché, anche se la democrazia è andata a male, qualcuno ai simboli – strumento del diritto e del dovere di votare – crede sul serio.

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Ecco una piccola anteprima…

Buona lettura!!

(Gabriele Maestri, Costituzionalista, http://www.isimbolidelladiscordia.it

Le parole e il senso perduto (di Michele Ainis)

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Un altro anno se ne va, con il suo carico d’affanni. E di parole: troppe, vocianti in ogni dove, discordi come le note strimpellate da un bambino. Ecco, le parole. Ne riconosciamo il suono, ma non ne comprendiamo più il significato. A forza d’abusarne, le abbiamo logorate. Laicità, democrazia, riforme: quali informazioni, quali concetti ci trasmettono? Credevamo di saperlo, non ne siamo più tanto sicuri. O forse sarà perché il mondo cambia in fretta, mentre da parte nostra non troviamo le parole nuove per descriverlo. La guerra, per esempio. È un’esperienza bellica quella che stiamo attraversando? Nessuno Stato ha convocato i nostri ambasciatori per dichiararci guerra. Là fuori non c’è un esercito nemico, con la sua divisa blu. Non esiste nemmeno una linea del fronte, eppure da qualche tempo ci sentiamo tutti al fronte. E sacrifichiamo una per una le nostre libertà, per guadagnarne maggiore sicurezza. Lo facciamo in difesa dei nostri valori, nel momento esatto in cui li stiamo ricusando. Come soldati della democrazia, altra parola ormai divenuta incerta. Perché qui attorno chiunque si proclama democratico, i politici, gli intellettuali, i nonni, le zie. Ma se tutti sono democratici, nessuno è democratico. L’identità si ritaglia in opposizione all’altro, così come il popolo italiano si distingue dal popolo russo o americano. Nel febbraio 2007 il manifesto fondativo del Pd esordiva con questa frasetta: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Sarebbe possibile volgerla al contrario? Avrebbe senso scrivere: «Noi, gli antidemocratici, odiamo l’Italia»? No, e allora quella frase non significa più nulla.

Wittgenstein li chiamava «crampi mentali»: l’immagine dell’oggetto si dissocia dalla sua sostanza, sicché ciascuno ci vede un po’ quel che gli pare. Come racconta un volumetto di Paolo Legrenzi e Armando Massarenti (La buona logica), la nostra percezione spesso è falsata da queste trappole visive. Che poi si trasformano in trappole verbali, generando in ultimo altrettante logomachie: dispute sulle parole, non sulle questioni. Chiunque accenda a un’ora tarda la tv, sintonizzandosi sul talk show di turno, ne può collezionare un campionario. Come dimostra l’eterna querelle sulle riforme, per fare un altro esempio.

C’è mai stato un governo che non si sia dichiarato riformista? Mai: tutti i governi, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, ci hanno sventolato sul naso le proprie riforme. D’altronde ogni legge introduce una riforma sulla legislazione preesistente, e i governi stanno lì per dettare le leggi. Tuttavia, di nuovo: se tutti sono riformisti, nessuno è riformista. Forse è questo a intossicare la nostra vita pubblica, l’assenza d’un linguaggio rigoroso. E più onesto, più sincero. Una riforma, se è davvero tale, pesta qualche piede, e ne riceve in contraccambio dei calcioni. Se tutti stanno buoni e zitti, significa che non è successo niente. È una riforma la Buona Scuola? Certo, a giudicare dal vespaio di reazioni che ha destato. E la riforma Madia sulla pubblica amministrazione? Fin qui procede nel sonno degli astanti, senza incontrare opposizioni. Dunque c’è la parola, non la cosa.

D’altronde pure l’opposizione ha perso i suoi colori. Destra e sinistra restano categorie del codice stradale, non più della politica. Sono di sinistra i 5 Stelle? Probabilmente no, però neanche di destra, e men che mai di centro. Allora cosa sono? Per definirli, un’altra pioggia di parole trite: populismo, estremismo, antipolitica. Le stesse che usiamo per la Lega di Salvini, benché i due movimenti muovano verso contrarie direzioni. Il senso di marcia, ecco il senso di cui sono ormai prive le parole. In quello specchio verbale si riflette il nostro spaesamento.

(Michele Ainis, editoriale per il “Corriere della Sera”, 10 dicembre 2015)

“I giovani e la Costituzione” (intervista a Valerio Onida)

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  • Professore, parlare di Costituzione ai giovani, che senso ha oggi?

“Oggi più che mai ha senso parlare di Costituzione in quanto deposito dei valori di fondo e dei princìpi della comunità civile a cui tutti apparteniamo. In una città come quella di oggi così frammentata e pluralista, in cui gli elementi di divisione, contrapposizione, di separazione e talvolta di ghettizzazione tendono a prevalere sugli elementi che invece uniscono, è più che mai importante richiamare la Costituzione come fondamento della comunità. Se non ci fosse un autoriconoscimento sulla base di princìpi di questo genere verrebbe meno il nostro stesso stare insieme.”

 

  • Possiamo parlare di Costituzione “giovane”, nel senso di “innovativa” e “rivoluzionaria”?

“La Costituzione porta con sé dei valori che sono permanenti, quindi è improprio parlare di una Costituzione “vecchia”. Le migliori Costituzioni sono quelle longeve. Ma è anche una Costituzione innovativa nel senso che riconquistarne e riviverne i valori all’interno di una realtà in continuo cambiamento significa costruire il futuro. Nel realizzare il futuro non si parte mai da zero, ma da un deposito di valori che sono appunto quelli contenuti nella Costituzione.”

 

  • Quant’è importante entrare nell’università, intesa nella sua accezione di ‘universitas’, a parlare di Costituzione?

“L’ ‘universitas’ è appunto la quintessenza del ritrovarsi in una comunità in cui l’aspetto della ricerca e del pensiero umano sono centrali. In fondo il costituzionalismo e le Costituzioni sono una delle conquiste del pensiero umano, in termini di idee e di idee forti. Spesso non c’è corrispondenza con la realtà, basta misurare la distanza tra ciò che accade nel mondo e ciò che sta scrittoin queste importantissime Carte. Nonostante ciò, i princìpi presenti nelle Costituzioni sono i punti di riferimento, i traguardi ai quali l’umanità deve guardare. Se mancassero questi, avremmo di fronte a noi soltanto un baratro.”

(intervista in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Valerio Onida, 2010, editoriale dell’Università di Verona)

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“L’integrazione degli islamici” (di Giovanni Sartori)

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In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofi­lo ». E che non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due rea­zioni.

Chi più avversa l’immi­grazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini fir­mò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, in­vece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapi­da. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciut­to per chi vorrebbe capi­re. Ma a parte questa gira­volta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi ap­poggia Bossi (per esserne appoggiato in contrac­cambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è co­stituito dalla Chiesa e dal­la sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordio­sa, mentre la xenofilia del­la sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.

Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità» dell’islamico. Se­condo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall’espe­rienza. La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che. La risposta è sconfor­tante: no.

Il caso esemplare è l’In­dia, dove le armate di Al­lah si affacciarono agli ini­zi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominaro­no l’intero Paese. Si avver­ta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finisse­ro in un mare di sangue. Conosco, s’intende, an­che altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Tur­chia. Tutti casi che rivela­no un ritorno a una mag­giore islamizzazione, e non (come si sperava al­meno per la Turchia) l’av­vento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.

Veniamo all’Europa. In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai. Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se. Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re.

 

(di Giovanni Sartori, 20 dicembre 2009, Corriere della Sera)

“Questa magistratura è sempre più corporativa” (intervista a Gustavo Zagrebelsky)

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Gustavo Zagrebelsky ha presentato agli studenti del Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Maglie il suo libro “Liberi servi”. L’incontro ha inaugurato il progetto “Peccatori Sì, Corrotti No. Il Grande Inquisitore e il peso della libertà”, con il patrocinio del Comune di Maglie, della Provincia di Lecce, della Regione Puglia, dell’Università del Salento e dell’Accademia Russa delle Scienze di Mosca. Ecco qui a seguito una breve intervista:

  • Zagrebelsky, di cosa parla il libro del quale ha discusso con gli studenti?

“Il libro prende spunto da un capitolo de “I fratelli Karamazov”, in cui c’è un dialogo tra il Cristo e il grande Inquisitore. Solo l’Inquisitore parla e fa una requisitoria contro il Cristo che sarebbe venuto a portare sulla terra la libertà. La tesi dell’Inquisitore è che gli esseri umani non amano la libertà, per l’umanità la libertà è un peso, una responsabilità, e gli uomini sono disposti quasi per natura a mettersi nelle mani di qualcuno che pensa e decide per loro”.

  • Cristo quindi non parla mai.

“Il silenzio è un grande tema di queste pagine. Che cos’è il silenzio? Io ho contato una cinquantina di significati. Può sembrare il vuoto, un recipiente che non contiene nulla, ma non è così. Nei campi di sterminio nazisti, il popolo ebraico formulò un’accusa parlando del “silenzio di dio”. C’è poi il silenzio della disperazione o il silenzio del terrore. Come nelle trincee della Prima Guerra Mondiale nel tempo che precedeva l’ora dell’assalto: quel silenzio tombale era il terrore della morte. C’è poi il silenzio della speranza, il silenzio dell’attesa, che poi è il tipico silenzio amoroso. Infine c’è il silenzio dialettico: il Cristo, tacendo, non fa altro che provocare il suo interlocutore”.

  • In Italia oggi abbiamo bisogno di libertà?

“Si potrebbe dare ragione all’Inquisitore: la libertà non è un bisogno. Noi abbiamo bisogno di sicurezza: nelle strade, nel futuro, in un impiego. La libertà non va confusa con la giustizia anche se spesso i due concetti si avvicinano e si toccano. La libertà è una conquista, non un’esigenza naturale, ma è un’aspirazione che si può avere ma si può anche non avere. Secondo l’Inquisitore gli esseri umani sono animali, che non vivono in libertà ma vivono nel branco, sotto strutture sociali. Il loro vivere in società è espressione di un’esigenza naturale, ma gli esseri umani hanno qualcosa in più, non sono solo animali. Questo qualcosa è ciò che ci spinge all’aspirazione della libertà”.

  • L’Italia si fida del potere, in particolare del potere giudiziario?

“All’epoca di Mani Pulite, il potere giudiziario era sostenuto dal consenso popolare: era un’epoca in cui la magistratura stava agendo in consonanza con una parte dell’opinione pubblica. Bisogna considerare che la magistratura è un corpo professionale, che negli ultimi decenni si è corporativizzata: le correnti hanno fatto sì che le strutture organizzative all’interno della magistrature si siano fossilizzate. In pratica sono diventate macchine di potere, non macchine ideologiche. Questo ha minato la fiducia nella magistratura, che tra l’altro patisce nell’opinione pubblica la cattiva qualità della legislazione”.

(di Angela Leucci, Gazzetta del Mezzogiorno, 7 novembre 2015)

“Carlo Rosselli, si deve vivere (e morire) per giustizia e libertà” (di Maurizio Viroli)

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Socialismo liberale, lo scritto politico più importante di Carlo Rosselli, esce in italiano nel 1945. La prima pagina reca la foto dell’autore, assassinato con il fratello Nello il 9 giugno 1937 a Bagnoles de l’Orne, in Francia, da sicari mandati da Benito Mussolini.

Rosselli aveva lavorato al testo quando era confinato a Lipari per aver organizzato nel 1926, insieme a Ferruccio Parri, la fuga del vecchio leader socialista Filippo Turati da Savona alla Corsica Nel 1929 evade in modo spettacolare da Lipari insieme a Francesco Fausto Nitti ed Emilio Lussu, con l’aiuto, da Parigi, di Gaetano Salvemini e Alberto Tarchiani. Nella Capitale francese, dove Rosselli e Lussu danno vita al movimento ‘Giustizia e Libertà’, esce nel 1930 la prima edizione con il titolo Socialisme liberal.

Più che un “libro organico”, avverte Rosselli nella breve prefazione, Socialismo liberale è la confessione della profonda crisi intellettuale che i giovani socialisti della sua generazione vissero prima quando capirono che la teoria marxista non aiutava e anzi danneggiava il movimento, poi di fronte alla tragica disfatta sotto i colpi del fascismo. Ma è anche il risultato della tenace volontà di Carlo Rosselli di uscire da quella crisi con una rinnovata e rafforzata consapevolezza intellettuale in grado di far rinascere su nuove basi il movimento socialista e di aiutare la riconquista della libertà in Italia. Come Guido Calogero, Rosselli propone un’alleanza strategica fra socialismo e liberalismo. Per socialismo intende “l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora domina il maggior numero”. Fine della rivoluzione socialista non deve più essere soltanto la trasformazione delle strutture sociali ma anche, e in primo luogo, una “rivoluzione morale”, vale a dire “la conquista, perpetuamente rinnovantesi, di una umanità qualitativamente migliore, più buona, più giusta, più spirituale”. Per liberalismo Rosselli intende non tanto lo Stato o la società liberale come si sono storicamente affermati in regime capitalisti come “la fede nella libertà non solo come fine, ma anche come mezzo”. La libertà spiega Rosselli, “non saprebbe conseguirsi attraverso la tirannia o la dittatura, e neppure per elargizione dall’alto. La libertà è conquista, auto-conquista, che si conserva solo col continuo esercizio delle proprie facoltà, delle proprie autonomie. Per il liberalismo, e quindi per il socialismo, è fondamentale la osservanza del metodo liberale o democratico di lotta politica; di quel metodo che, per la sua intima essenza, è tutto penetrato dal principio di libertà.

Rosselli elabora la sua proposta del socialismo liberale dopo una severa analisi dei vizi e degli errori che hanno portato alla sconfitta degli anni20: un’ideologia – il marxismo interpretato secondo lo stile positivista – che avviliva la volontà e gli ideali in nome del culto dei ‘fatti’ e delle obbiettive tendenze della società e della storia e che incoraggiava o l’attesa fideistica del futuro o la rassegnazione di fronte agli eventi ostili; la folle presunzione di minacciare una rivoluzione che non si era stati in grado di attuare (e forse neppure si voleva davvero) col bel risultato di spaventare i ceti medi e dare ai fascisti, il pretesto di ergersi a difensori dell’Italia contro il bolscevismo; l’incapacità di capire le trasformazioni del capitalismo al quale gli agitatori socialisti contrapponevano la stanca formula della socializzazione dei mezzi di produzione, mentre ben più efficace sarebbe stata (e sarebbe) una critica in nome della dignità morale e intellettuale della persona; l’irresponsabile e ingiusto disprezzo nei confronti del sentimento di amor patrio, mentre sarebbe stato moralmente degno e politicamente savio contrapporre al nazionalismo fascista, come fa Rosselli, l’idea mazziniana di patria intesa non come frontiere e cannoni, ma come il mondo morale di tutte le persone libere, la patria che non esorta a conquistare e dominare altri popoli, ma comanda di rispettare la loro dignità e di aiutarli a difendere o conquistare la loro libertà. In Socialismo liberale Carlo Rosselli coglie non soltanto le ragioni della crisi del socialismo, ma individua anche la causa vera della poca attitudine degli italiani al vivere libero e civile: “Ora è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo-, è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità”. Mancano quasi in tutti “il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale e la consapevolezza dei limiti propri ed altrui”. Abituati alla servitù nel dominio della coscienza, sono ben disposti alla servitù nel dominio sociale e politico.

Rosselli capisce il male italiano perché vive invece secondo la religione del dovere che ha imparato ad amare grazie soprattutto all’insegnamento della madre Amelia Pincherle Rosselli, una donna straordinaria per forza morale, grandezza dell’animo e finezza intellettuale. In una lettera alla madre che si accinge a recarsi al cimitero per la traslazione dei resti del fratello maggiore Aldo, volontario, morto in guerra, il 27marzo 1916, Carlo esprime la sua religiosità con parole nelle quali traluce la consapevolezza di un presagio: “La tragedia tua si colorirà di tinte universali perla suggestione del numero, e ti verrà fatto di porti grandi interrogativi anche riguardo alla vita terrena. Ma qualunque sia per essere la conclusione sentirai di aver creato per davvero tre vite, tre forze, tre anime non volgari, che per quanto infime, non saranno numeri vani, non lasceranno l’ambiente così come lo trovarono. Bruceranno forse tutt’e tre, ma per aver cercato di avvicinarsi troppo alla luce”. Fedele senza incertezze all’ideale della vita come missione lottò contro il fascismo con intransigenza assoluta. “Giustizia e libertà / per questo morirono / per questo vivono”. In questo epitaffio dettato da Piero Calamandrei per la tomba di Carlo e Nello Rosselli al cimitero fiorentino di Trespiano, c’è tutto il valore della loro eredità morale. Se fossimo un popolo di cittadini, quell’angolo di pace dove Carlo e Nello riposano accanto al loro caro “zio” Gaetano Salvemini, anziché essere desolato e abbandonato come sempre l’ho trovato, sarebbe il nostro Arlington, luogo di pellegrinaggio dove riflettere in silenzio sul loro sacrificio per ritrovare le ragioni di una religione della libertà.

(Maurizio Viroli, editoriale per “Il fatto quotidiano”, 21 agosto 2015)