Mazzini e la religione del sacrificio (di Giovanni Spadolini)

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L’intervistatore di Aldo Garosci, sul tema Mazzini-Arafat-terrorismo, mi ha chiamato in causa per una mia presunta contrapposizione fra il “legittimismo” di Cavour e il “sovversivismo” dei mazziniani. Il giornalista si riferisce – è vero – a pagine molto lontane, a quel Papato socialista – che, come formula, apparve nel primo numero del “Mondo”, il 19 febbraio 1949, e come libro seguì esattamente un anno dopo.

Sono pagine lontane, ma che ho costantemente ristampato fino al 1982 – in numerose edizioni, due delle quali in versione “pocket” – e quindi facilmente controllabili e verificabili.

No: quel libro di impronta e di ispirazione per tanta parte gobettiana, con vibrazioni da Risorgimento senza eroi, con tutte le critiche impietose nella “rivoluziona mancata e tradita”, non si fondava su un’antitesi fra le “barricate” di Mazzini e la “legittimità” di Cavour (che sarebbe poi termine ridicolo per chi fondò sulla volontà popolare la nuova legittimità di una Corona reazionaria e retrograda, com’era il Piemonte degli antenati di Carlo Alberto e, in parte, dello stesso Carlo Alberto).

Contrapponeva piuttosto, e in termini – lo ammetto – estremizzati, al liberalismo cavouriano del juste milieu la visione di democrazia religiosa, organica, integrale propria di Mazzini. Fondata su una concezione dell’uomo che non lasciava spazi né alle mediazioni né agli scetticismi del metodo liberale di governo.

Non c’entra niente il terrorismo, né la lotta armata: come si dice oggi, mescolando indebitamente i due termini e facendo confusioni che – senza chiarimenti essenziali – rischierebbero di essere fatali per il paese. Non c’entrano niente i precedenti di Arafat. “La sua religione – cito a caso da una pagina del Papato socialista con riferimento a Mazzini – era quella del dovere, che si subiva in se stesso; del sacrificio, che ha in se stesso il suo compenso; del martirio, che celebra in se stesso la sua gloria. ‘Il martirio non è mai sterile’, commentava da Londra alla notizia della fucilazione dei Fratelli Bandiera: è la posizione perfetta del mistico che subordina ogni risultato e ogni conquista alla necessità di un riscatto, di una purificazione. È inutile rimproverare a Mazzini, come fanno i machiavellini mediocri, il regolare fallimento dei suoi piani; le congiure, le cospirazioni, le insurrezioni mazziniane erano grandi anche in quanto fallivano e, fallendo, testimoniavano di una fede”.

Pagine di un ventiquattrenne: certo rapsodiche, certo frammentarie, certo – come ricorda Garosci – corrette e rivedute e approfondite in una successiva elaborazione storiografica (che mi portò per esempio dall’antigiolittismo quasi salveminiano al libro Giolitti: un’epoca).

Ma non troppo lontane – quelle pagine – dalla conclusioni cui arrivò l’autore del più bel ritratto di Mazzini esistente nella storiografia italiana, Gaetano Salvemini, allorché, nella splendida maturità dei suoi studi, proprio in una lezione ascoltata da me all’università di Firenze a fine novembre 1949, e poi stampata nelle dispense ultime sul Risorgimento, disse testualmente: “Mazzini non fu né un uomo di Stato né un filosofo. Fu un mistico. Chiunque vive non per se stesso ma per gli altri è un mistico, anche se un ateo”.

Il misticismo democratico, la fede in “Dio e Popolo”, non possono essere scambiati coi movimenti di quel terrorismo omicida che colpisce innocenti o sequestra viaggiatori o uccide turisti. E c’è un motivo di più per chiudere questa impropria e assurda polemica, che è scoppiata in un’Italia così lontana dal tormento e dal cruccio di Mazzini.

Lo voglio dire con le parole che usai il 5 agosto 1948 – pagine ancora più lontane del Papato socialista – nell’articolo sul “Messaggero” che ho ricompreso nell’Autunno del Risorgimento.

“Mazzini è in primo luogo l’unico grande riformatore religioso che l’Italia abbia avuto dopo Savonarola. In quel mondo, a carattere essenzialmente politico-diplomatico che fu il Risorgimento, egli portò un lievito, un fermento, un tormento religioso, che davano alla rinascita italiana un significato che non ebbe nessun altro movimento nazionale europeo”. Un motivo per avvicinare Mazzini a Theodor Herzl, il fondatore dello Stato d’Israele. Certo. Ma per allontanarlo ancora di più da Arafat.

(Giovanni Spadolini “La Voce Repubblicana”, 11-12 novembre 1985)