La Costituzione va, la crisi è altrove (di Giovanni Spadolini)

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Più di dieci anni fa il titolo di un libro anticipava una tempesta che non è ancora finita. Il titolo era “La Repubblica probabile”; la tempesta equivaleva alla riforma costituzionale, di cui si era cominciato a parlare, da qualche mese, senza neanche rendersi conto del meccanismo che si innestava. Eravamo usciti da poco dall’autunno caldo; l’Italia risentiva di tutti gli squilibri e le discrasie di una contestazione insieme clamorosa e goliardica, il minor peso e prestigio dei partiti, il potere, aumentato a dismisura, dei sindacati, lo spontaneismo irrazionale al posto della fede rigida nella norma scritta; la Costituzione si andava attuando, attraverso le regioni ordinarie e i referendum, ma in forme squilibrate, incomplete, spesso, nel ritardo, frettolose.
Mario D’Antonio, un clinico dei nostri malanni costituzionali, riunì uomini di sponde diverse, il secondo presidente della Costituente (e comunista sempre libero e senza peli sulla lingua) Umberto Terracini, un avversario intelligente della revisione costituzionale come Giulio Andreotti, un custode intransigente dell’eredità del ’46 come Ugo La Malfa: e sullo sfondo un po’ tutti i capi-gruppo della maggioranza di allora, la maggioranza di centro-sinistra nella sua fase autunnale, Bertoldi per il PSI e Orlandi per il PSDI, più Cottone per il liberali e Luzzatto per il PSIUP, fino alla punta di Aldo Natoli per la nascente eresia del “Manifesto”.
La domanda fu più o meno identica: credono, i vari interlocutori, a questa repubblica e ne giudicano il sistema attuale compatibile con le loro ideologie? Le risposte variegate, composite, anche contraddittorie; ma quel titolo non casuale e non illegittimo, La Repubblica probabile (già Scalfari aveva scritto L’autunno della Repubblica) indicava il senso di provvisorietà e di incertezza che caratterizzava il complesso dell’inchiesta, l’attenuata fiducia nei punti cardinali dell’ordinamento costituzionale, un revisionismo represso che non arrivava a ipotizzare la repubblica presidenziale (ancora impopolare, nonostante la battaglia di Pacciardi, nonostante l’adesione di giuristi pure eminenti: ricordo Maranini) ma già proponeva restauri e ritocchi sul filo incerto di una “probabilità” compositoria o compromissoria fra le varie forze non ancora giunte alla coscienza del secondo “patto costituzionale”. E tanto meno dell’emergenza.
Dominante, su tutte, la voce di Ugo La Malfa. Non giurista, non costituzionalista, ma politico integrale che alla costruzione della repubblica aveva dato un contributo fondamentale, che si riconosceva, pur con tutti i difetti e gli errori rivelati dall’esperienza, in questa repubblica. Nessuna indulgenza alla modellistica; nessuna debolezza verso l’ingegneria costituzionale, come scorciatoia alla soluzione dei drammatici problemi del paese, problemi di sviluppo civile, di crescita economica, di attenuazione degli storici squilibri, fra le due Italie, di saldatura fra noi e l’Europa.
Un saldo senso storico, che si legava al filone di Silvio Spaventa: “L’ordinamento costituzionale non cade dal cielo, non è un fatto arbitrario, ma una creazione storica, una elaborazione delle forze politiche: le stesse che creano gli ordinamenti e possono male o bene farle funzionare…” e determinante su tutte la convinzione che tocca ai partiti misurarsi sui problemi concreti, non scaricando le loro insufficienze o contraddizioni sulle strutture costituzionali ma commisurando i loro sforzi alle esigenze del “buon governo”. “La stabilità di governo, – incalzava La Malfa, – è una condizione rimessa integralmente alle forze politiche e alla loro capacità di costruire formule di governo con contenuti programmatici certi e con sostegni parlamentari leali”.
“Contesto istituzionale e forze politiche sono tutt’altro”. Parola più ammonitrici che mai, dieci anni dopo. Proprio mentre la polemica politica è dominata dalla polemica sulla riforma istituzionale, grande o piccola, riemerge la necessità prioritaria di attuare la Costituzione, in rapporto agli articoli 39 e 40, circa i limiti e le modalità del diritto di sciopero. Un largo fronte di forze politiche, che non può non allargarsi all’opposizione comunista, chiede che sia regolamentato per legge il diritto di sciopero nei pubblici servizi: ed è un punto su cui la Carta costituzionale non tacque.
E quanto si può fare, nell’ambito delle leggi vigenti, senza arrivare alle speciali procedure previste per la revisione costituzionale? L’esigenza, legittima, di rafforzamento dell’esecutivo può essere soddisfatta da una legge adeguata sull’ordinamento e sulle attribuzioni del presidente del Consiglio – già in cantiere – forse meglio che da leggi costituzionali di esito incerto (non arriverei a supporre, come il mio amico Leo Valiani, che si possa anche introdurre per legge ordinaria il sistema tedesco della sfiducia costruittiva: ma poi a cosa è servito in Spagna?)
L’altra esigenza, non meno sacrosanta, di accelerare i lavori del Parlamento e di razionalizzare la caotica e insieme insufficiente produzione legislativa passa attraverso la riforma del regolamento della Camera (parliamo di Montecitorio, vigendo a Palazzo Madama altra procedura, e altri sistemi) molto più che attraverso la pericolosa revisione di un “bicameralismo” sancito dalla saggezza dei costituenti, e da una prudenza che non è ancora esaurita, contro le degenerazioni assembleari collegate al sistema monocamerale, favorito, allora, solo dai comunisti.
La verità è che la Costituzione italiana non è un tabù intoccabile né un meccanismo in tutto perfetto, come ci ricorda con la sua costante saggezza il nostro Jemolo; ma è un complesso di norme che nel loro eclettismo attingono un sostanziale equilibrio, corrispondente a un insieme di elementi coordinati a ognuno dei quali è difficile rinunciare senza rimettere in discussione un’architettura che è insieme composita e armoniosa.
Il punto, semmai, è un altro: la Costituzione fu concepita in un’Italia economicamente diversa, socialmente diversa, culturalmente diversa. Le trasformazioni del nostro paese nell’ultimo decennio, diceva Giorgio Amendola, hanno inciso sul costume e sulla società nazionale più dei movimenti registrati dei duemila anni precedenti. Toccava alla classe politica coglierle, e guidarle, e incanalarle in un processo di programmazione dello sviluppo. Noi siamo riusciti solo a programmare lo Stato assistenziale, e senza la dignità laborista. Ecco perché tutti i nodi tornano al pettine. E sono nodi politici: che noi chiamiamo costituzionali quando abbiamo rinunciato alla speranza di scioglierli con la fantasia e l’inventiva, che dovrebbero essere proprie delle forze politiche. E non lo sono.
(Giovanni Spadolini, 18 settembre 1984, editoriale per “La Stampa”)
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