La magistratura e gli anni di piombo (di Gian Carlo Caselli)

caselli

Degli anni di piombo e del ruolo determinante della Magistratura italiana nella lotta al terrorismo, parlò il Procuratore Capo della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ( infatti dalla metà degli anni settanta sino alla metà degli anni ottanta, ha trattato, come giudice istruttore, reati di terrorismo riguardanti le Brigate Rosse e Prima Linea). Caselli, come si sa, è stato anche Procuratore Capo a Palermo. Due impegni contro il terrorismo e la mafia che fanno di lui un protagonista e testimone autorevole della lotta dello Stato contro queste gravissime forme di criminalità. Riportiamo l’intervista:

 

  • Procuratore Caselli, lei è stato un protagonista nella lotta al terrorismo. Da diversi anni, in Italia, la ricerca storica sta affrontando quel periodo buio per la nostra società. E questo non può che far bene per consolidare la nostra memoria. Pensa che nel nostro Paese sia consolidata questa memoria?

 

Penso che questa memoria sia ancora in fase di consolidamento. Per lunghi anni vi è stata una specie di rimozione, se non proprio di amnesia, degli anni di piombo. È  stata la stagione durante la quale a parlarne erano soltanto i terroristi, che offrivano una visione a dir poco parziale, deformata dei fatti. C’è voluta la tenacia dei familiari delle vittime che hanno saputo trasformare il loro dolore da fatto privato in testimonianza pubblica, per recuperare la memoria e questo recupero, con la giornata del nove maggio, vive un momento importante da sviluppare e  da consolidare.

 

  • Andando a quegli anni, ci sono stati innumerevoli processi che hanno portato alla condanna di terroristi sia di destra che di sinistra.  Lei pensa che ormai “tutto” ci sia chiarito oppure ci sono ancora zone d’ombra nella ricerca della verità su quel periodo? Se si quali?

 

Debbo premettere che io mi sono occupato soltanto di terrorismo cosiddetto  di sinistra,  Brigate Rosse e Prima Linea; ma anche in questo ambito è mia abitudine, del resto si tratta più che di una abitudine, di una specie di DNA del magistrato, parlare solo dei fatti che ho potuto constatare, vedere come sufficientemente riscontrati.  Le ipotesi sociopolitiche, le dietrologie, che sono esercizi di analisi spesso importanti, non appartengono a me in quanto magistrato, appartengono ad altri: al giornalista d’inchiesta, al sociologo, al politologo, allo storico. Mi fermo a questa constatazione

 

  • Quanto è stata determinante la posizione internazionale dell’Italia nello scatenarsi del fenomeno terroristico?

 

Posso dire soltanto che le manifestazioni criminali terroristiche, il terrorismo in generale, hanno costituito il “piatto sporco” in cui molti hanno cercato di mettere le mani o hanno messo davvero le mani. Molti anche diversi fra loro, per quanto riguarda le Brigate Rosse, per esempio, si è parlato, ipotizzato di CIA con specificazione di Servizi israeliani, o KGB con specificazione servizi cecoslovacchi o di servizi palestinesi. Questo “piatto sporco” nel quali alcuni possono aver avuto la tentazione, o più che la tentazione, di metterci le mani, certo la posizione geografica del nostro Paese può aver avuto il suo ruolo.

 

  • Il 9 maggio del 1978 le BR assassinarono Aldo Moro. Quella data segna lo spartiacque per l’Italia. Il martirio di Moro resta ancora sullo sfondo della nostra storia politica. Ci siamo riconciliati con Aldo Moro?

 

La riconciliazione con Aldo Moro, temo, non sia ancora definitiva e voglio citare un libro recentissimo di Miguel Gottor, “Il Memoriale della Repubblica” (pubblicato dalla Casa editrice Einaudi) che torna sul problema del “memoriale” di Moro. Memoriale scritto da Aldo Moro durante la prigionia cui fu costretto dalle B.R . I punti interrogativi che suscita in maniera documentata, scientifica, questo libro sono tanti, e per una riconciliazione definitiva occorrerebbe che almeno alcuni  di questi interrogativi trovassero adeguate risposte.

 

  • La magistratura è stata una protagonista fondamentale nella lotta al terrorismo. Se l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo lo si deve anche al grande impegno dei magistrati. Qual’è stato, nel suo impegno personale, il valore  più forte che la guidava?

 

Si, la magistratura è stata co-protagonista della lotta al terrorismo. Rivendico, orgogliosamente, forse presuntuosamente, essendo stato piccola parte di questo processo, il merito della magistratura italiana di aver saputo con fatica, con alti e bassi, con difficoltà contribuire a sconfiggere il terrorismo nell’assoluto rispetto delle regole dello stato di diritto e persino della identità politica degli imputati. Torino: processo ai capi storici delle BR, agli imputati viene consentito di controinterrogare le loro vittime in particolare il magistrato Sossi che era stato sequestrato da loro. Rispetto delle regole processuali e rispetto, ripeto, della identità politica degli  imputati. Il massimo dei massimi. Soltanto il nostro Paese è riuscito, nel panorama mondiale, a sconfiggere il terrorismo senza mai rinunziare a questi principi. Ma la magistratura è stata co-protagonista, un altro protagonista, di fondamentale importanza, è stato il popolo italiano, che, anch’esso dopo momenti di difficoltà, superando l’iniziale incertezza, ad un certo punto ha capito che il terrorismo era nemico non solo delle vittime colpite ma di tutti, delle libertà e dei diritti di tutti e ha progressivamente sempre più e alla fine irreversibilmente isolato politicamente i terroristi, che in questo modo sono entrati in crisi. Entrando in crisi hanno finito di credere o di sperare di essere le avanguardie di qualcuno e hanno cominciato a sfaldarsi, questa linea di pentimenti e poi di dissociazioni nasce anche da qui.  Quanto al valore che guidava me e gli altri magistrati, la risposta senza retorica è: la fedeltà alla Costituzione, la fedeltà alla democrazia, la necessità di contribuire, per quanto di nostra competenza, alla difesa della democrazia e alla riconferma dei valori della Costituzione.

 

  • Nel giorno della memoria, però, non si può dimenticare il presente. Le chiedo: può una democrazia matura sopportare quotidiane offese alla magistratura (fino a parlare di “brigatismo” giudiziario)?

 

Queste offese sono insopportabili, di più sono oscene dovrebbero vergognarsi i mandanti,  gli esecutori, i complici e gli utilizzatori finali di questi manifesti. E con loro dovrebbero vergognarsi quanti restano indifferenti, impassibili di fronte ad un fatto ripugnante che però nella giornata del nove maggio merita non più di un accenno per non correre il rischio di guastare la purezza del ricordo,  che questa giornata rappresenta.

 

  • Ultima domanda: Della nostra Costituzione cosa salverebbe?

 

Della nostra Costituzione credo che debba essere salvato il metodo con cui ci si è arrivati. Voglio citare uno dei Padri Costituenti, Calamandrei, il quale ha scritto che sotto questa Costituzione ci sono tre firme che sono un simbolo: De Nicola, Terracini, De Gasperi. Tre nomi, tre idee, tre concezioni che costituiscono le correnti più importanti del nostro Paese. Cosa vuol dire?  Vuol dire che intorno a questo statuto si è formato il consenso dell’intero popolo italiano, di tutti. Questo è il valore fondamentale della nostra Costituzione. Non è l’imposizione di qualcuno sugli altri a colpi di maggioranza, è il consenso, lo ripeto, di tutti. E poi salverei, chi non lo fa non conosce la Costituzione o come dire “trucca le carte”,la struttura stessa della Costituzione. Che si può leggere in tanti modi, uno di questi è il catalogo di diritti ma accanto la previsione di strumenti per la tutela effettiva di questi diritti, la traduzione di questi diritti in realtà viva, vera. Prendiamo il diritto alla salute, se esso è presidiato dalla magistratura autonoma e indipendente che non ha timore reverenziale nei confronti di nessuno se non dela legge, ecco che possono esservi processi come sulla Tissen, sulla Eternit che sono, quale che ne sia l’esito definitivo, segnali importanti di una tutela effettiva sul versante della sicurezza e della salute sui posti di lavoro in attuazione dei principi della Costituzione ad opera di una magistratura autonoma ed indipendente.

 

(Intervista a Gian Carlo Caselli, di Pierluigi Mele, 9 maggio 2011)

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