La Costituzione va, la crisi è altrove (di Giovanni Spadolini)

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Più di dieci anni fa il titolo di un libro anticipava una tempesta che non è ancora finita. Il titolo era “La Repubblica probabile”; la tempesta equivaleva alla riforma costituzionale, di cui si era cominciato a parlare, da qualche mese, senza neanche rendersi conto del meccanismo che si innestava. Eravamo usciti da poco dall’autunno caldo; l’Italia risentiva di tutti gli squilibri e le discrasie di una contestazione insieme clamorosa e goliardica, il minor peso e prestigio dei partiti, il potere, aumentato a dismisura, dei sindacati, lo spontaneismo irrazionale al posto della fede rigida nella norma scritta; la Costituzione si andava attuando, attraverso le regioni ordinarie e i referendum, ma in forme squilibrate, incomplete, spesso, nel ritardo, frettolose.
Mario D’Antonio, un clinico dei nostri malanni costituzionali, riunì uomini di sponde diverse, il secondo presidente della Costituente (e comunista sempre libero e senza peli sulla lingua) Umberto Terracini, un avversario intelligente della revisione costituzionale come Giulio Andreotti, un custode intransigente dell’eredità del ’46 come Ugo La Malfa: e sullo sfondo un po’ tutti i capi-gruppo della maggioranza di allora, la maggioranza di centro-sinistra nella sua fase autunnale, Bertoldi per il PSI e Orlandi per il PSDI, più Cottone per il liberali e Luzzatto per il PSIUP, fino alla punta di Aldo Natoli per la nascente eresia del “Manifesto”.
La domanda fu più o meno identica: credono, i vari interlocutori, a questa repubblica e ne giudicano il sistema attuale compatibile con le loro ideologie? Le risposte variegate, composite, anche contraddittorie; ma quel titolo non casuale e non illegittimo, La Repubblica probabile (già Scalfari aveva scritto L’autunno della Repubblica) indicava il senso di provvisorietà e di incertezza che caratterizzava il complesso dell’inchiesta, l’attenuata fiducia nei punti cardinali dell’ordinamento costituzionale, un revisionismo represso che non arrivava a ipotizzare la repubblica presidenziale (ancora impopolare, nonostante la battaglia di Pacciardi, nonostante l’adesione di giuristi pure eminenti: ricordo Maranini) ma già proponeva restauri e ritocchi sul filo incerto di una “probabilità” compositoria o compromissoria fra le varie forze non ancora giunte alla coscienza del secondo “patto costituzionale”. E tanto meno dell’emergenza.
Dominante, su tutte, la voce di Ugo La Malfa. Non giurista, non costituzionalista, ma politico integrale che alla costruzione della repubblica aveva dato un contributo fondamentale, che si riconosceva, pur con tutti i difetti e gli errori rivelati dall’esperienza, in questa repubblica. Nessuna indulgenza alla modellistica; nessuna debolezza verso l’ingegneria costituzionale, come scorciatoia alla soluzione dei drammatici problemi del paese, problemi di sviluppo civile, di crescita economica, di attenuazione degli storici squilibri, fra le due Italie, di saldatura fra noi e l’Europa.
Un saldo senso storico, che si legava al filone di Silvio Spaventa: “L’ordinamento costituzionale non cade dal cielo, non è un fatto arbitrario, ma una creazione storica, una elaborazione delle forze politiche: le stesse che creano gli ordinamenti e possono male o bene farle funzionare…” e determinante su tutte la convinzione che tocca ai partiti misurarsi sui problemi concreti, non scaricando le loro insufficienze o contraddizioni sulle strutture costituzionali ma commisurando i loro sforzi alle esigenze del “buon governo”. “La stabilità di governo, – incalzava La Malfa, – è una condizione rimessa integralmente alle forze politiche e alla loro capacità di costruire formule di governo con contenuti programmatici certi e con sostegni parlamentari leali”.
“Contesto istituzionale e forze politiche sono tutt’altro”. Parola più ammonitrici che mai, dieci anni dopo. Proprio mentre la polemica politica è dominata dalla polemica sulla riforma istituzionale, grande o piccola, riemerge la necessità prioritaria di attuare la Costituzione, in rapporto agli articoli 39 e 40, circa i limiti e le modalità del diritto di sciopero. Un largo fronte di forze politiche, che non può non allargarsi all’opposizione comunista, chiede che sia regolamentato per legge il diritto di sciopero nei pubblici servizi: ed è un punto su cui la Carta costituzionale non tacque.
E quanto si può fare, nell’ambito delle leggi vigenti, senza arrivare alle speciali procedure previste per la revisione costituzionale? L’esigenza, legittima, di rafforzamento dell’esecutivo può essere soddisfatta da una legge adeguata sull’ordinamento e sulle attribuzioni del presidente del Consiglio – già in cantiere – forse meglio che da leggi costituzionali di esito incerto (non arriverei a supporre, come il mio amico Leo Valiani, che si possa anche introdurre per legge ordinaria il sistema tedesco della sfiducia costruittiva: ma poi a cosa è servito in Spagna?)
L’altra esigenza, non meno sacrosanta, di accelerare i lavori del Parlamento e di razionalizzare la caotica e insieme insufficiente produzione legislativa passa attraverso la riforma del regolamento della Camera (parliamo di Montecitorio, vigendo a Palazzo Madama altra procedura, e altri sistemi) molto più che attraverso la pericolosa revisione di un “bicameralismo” sancito dalla saggezza dei costituenti, e da una prudenza che non è ancora esaurita, contro le degenerazioni assembleari collegate al sistema monocamerale, favorito, allora, solo dai comunisti.
La verità è che la Costituzione italiana non è un tabù intoccabile né un meccanismo in tutto perfetto, come ci ricorda con la sua costante saggezza il nostro Jemolo; ma è un complesso di norme che nel loro eclettismo attingono un sostanziale equilibrio, corrispondente a un insieme di elementi coordinati a ognuno dei quali è difficile rinunciare senza rimettere in discussione un’architettura che è insieme composita e armoniosa.
Il punto, semmai, è un altro: la Costituzione fu concepita in un’Italia economicamente diversa, socialmente diversa, culturalmente diversa. Le trasformazioni del nostro paese nell’ultimo decennio, diceva Giorgio Amendola, hanno inciso sul costume e sulla società nazionale più dei movimenti registrati dei duemila anni precedenti. Toccava alla classe politica coglierle, e guidarle, e incanalarle in un processo di programmazione dello sviluppo. Noi siamo riusciti solo a programmare lo Stato assistenziale, e senza la dignità laborista. Ecco perché tutti i nodi tornano al pettine. E sono nodi politici: che noi chiamiamo costituzionali quando abbiamo rinunciato alla speranza di scioglierli con la fantasia e l’inventiva, che dovrebbero essere proprie delle forze politiche. E non lo sono.
(Giovanni Spadolini, 18 settembre 1984, editoriale per “La Stampa”)
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La magistratura e gli anni di piombo (di Gian Carlo Caselli)

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Degli anni di piombo e del ruolo determinante della Magistratura italiana nella lotta al terrorismo, parlò il Procuratore Capo della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ( infatti dalla metà degli anni settanta sino alla metà degli anni ottanta, ha trattato, come giudice istruttore, reati di terrorismo riguardanti le Brigate Rosse e Prima Linea). Caselli, come si sa, è stato anche Procuratore Capo a Palermo. Due impegni contro il terrorismo e la mafia che fanno di lui un protagonista e testimone autorevole della lotta dello Stato contro queste gravissime forme di criminalità. Riportiamo l’intervista:

 

  • Procuratore Caselli, lei è stato un protagonista nella lotta al terrorismo. Da diversi anni, in Italia, la ricerca storica sta affrontando quel periodo buio per la nostra società. E questo non può che far bene per consolidare la nostra memoria. Pensa che nel nostro Paese sia consolidata questa memoria?

 

Penso che questa memoria sia ancora in fase di consolidamento. Per lunghi anni vi è stata una specie di rimozione, se non proprio di amnesia, degli anni di piombo. È  stata la stagione durante la quale a parlarne erano soltanto i terroristi, che offrivano una visione a dir poco parziale, deformata dei fatti. C’è voluta la tenacia dei familiari delle vittime che hanno saputo trasformare il loro dolore da fatto privato in testimonianza pubblica, per recuperare la memoria e questo recupero, con la giornata del nove maggio, vive un momento importante da sviluppare e  da consolidare.

 

  • Andando a quegli anni, ci sono stati innumerevoli processi che hanno portato alla condanna di terroristi sia di destra che di sinistra.  Lei pensa che ormai “tutto” ci sia chiarito oppure ci sono ancora zone d’ombra nella ricerca della verità su quel periodo? Se si quali?

 

Debbo premettere che io mi sono occupato soltanto di terrorismo cosiddetto  di sinistra,  Brigate Rosse e Prima Linea; ma anche in questo ambito è mia abitudine, del resto si tratta più che di una abitudine, di una specie di DNA del magistrato, parlare solo dei fatti che ho potuto constatare, vedere come sufficientemente riscontrati.  Le ipotesi sociopolitiche, le dietrologie, che sono esercizi di analisi spesso importanti, non appartengono a me in quanto magistrato, appartengono ad altri: al giornalista d’inchiesta, al sociologo, al politologo, allo storico. Mi fermo a questa constatazione

 

  • Quanto è stata determinante la posizione internazionale dell’Italia nello scatenarsi del fenomeno terroristico?

 

Posso dire soltanto che le manifestazioni criminali terroristiche, il terrorismo in generale, hanno costituito il “piatto sporco” in cui molti hanno cercato di mettere le mani o hanno messo davvero le mani. Molti anche diversi fra loro, per quanto riguarda le Brigate Rosse, per esempio, si è parlato, ipotizzato di CIA con specificazione di Servizi israeliani, o KGB con specificazione servizi cecoslovacchi o di servizi palestinesi. Questo “piatto sporco” nel quali alcuni possono aver avuto la tentazione, o più che la tentazione, di metterci le mani, certo la posizione geografica del nostro Paese può aver avuto il suo ruolo.

 

  • Il 9 maggio del 1978 le BR assassinarono Aldo Moro. Quella data segna lo spartiacque per l’Italia. Il martirio di Moro resta ancora sullo sfondo della nostra storia politica. Ci siamo riconciliati con Aldo Moro?

 

La riconciliazione con Aldo Moro, temo, non sia ancora definitiva e voglio citare un libro recentissimo di Miguel Gottor, “Il Memoriale della Repubblica” (pubblicato dalla Casa editrice Einaudi) che torna sul problema del “memoriale” di Moro. Memoriale scritto da Aldo Moro durante la prigionia cui fu costretto dalle B.R . I punti interrogativi che suscita in maniera documentata, scientifica, questo libro sono tanti, e per una riconciliazione definitiva occorrerebbe che almeno alcuni  di questi interrogativi trovassero adeguate risposte.

 

  • La magistratura è stata una protagonista fondamentale nella lotta al terrorismo. Se l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo lo si deve anche al grande impegno dei magistrati. Qual’è stato, nel suo impegno personale, il valore  più forte che la guidava?

 

Si, la magistratura è stata co-protagonista della lotta al terrorismo. Rivendico, orgogliosamente, forse presuntuosamente, essendo stato piccola parte di questo processo, il merito della magistratura italiana di aver saputo con fatica, con alti e bassi, con difficoltà contribuire a sconfiggere il terrorismo nell’assoluto rispetto delle regole dello stato di diritto e persino della identità politica degli imputati. Torino: processo ai capi storici delle BR, agli imputati viene consentito di controinterrogare le loro vittime in particolare il magistrato Sossi che era stato sequestrato da loro. Rispetto delle regole processuali e rispetto, ripeto, della identità politica degli  imputati. Il massimo dei massimi. Soltanto il nostro Paese è riuscito, nel panorama mondiale, a sconfiggere il terrorismo senza mai rinunziare a questi principi. Ma la magistratura è stata co-protagonista, un altro protagonista, di fondamentale importanza, è stato il popolo italiano, che, anch’esso dopo momenti di difficoltà, superando l’iniziale incertezza, ad un certo punto ha capito che il terrorismo era nemico non solo delle vittime colpite ma di tutti, delle libertà e dei diritti di tutti e ha progressivamente sempre più e alla fine irreversibilmente isolato politicamente i terroristi, che in questo modo sono entrati in crisi. Entrando in crisi hanno finito di credere o di sperare di essere le avanguardie di qualcuno e hanno cominciato a sfaldarsi, questa linea di pentimenti e poi di dissociazioni nasce anche da qui.  Quanto al valore che guidava me e gli altri magistrati, la risposta senza retorica è: la fedeltà alla Costituzione, la fedeltà alla democrazia, la necessità di contribuire, per quanto di nostra competenza, alla difesa della democrazia e alla riconferma dei valori della Costituzione.

 

  • Nel giorno della memoria, però, non si può dimenticare il presente. Le chiedo: può una democrazia matura sopportare quotidiane offese alla magistratura (fino a parlare di “brigatismo” giudiziario)?

 

Queste offese sono insopportabili, di più sono oscene dovrebbero vergognarsi i mandanti,  gli esecutori, i complici e gli utilizzatori finali di questi manifesti. E con loro dovrebbero vergognarsi quanti restano indifferenti, impassibili di fronte ad un fatto ripugnante che però nella giornata del nove maggio merita non più di un accenno per non correre il rischio di guastare la purezza del ricordo,  che questa giornata rappresenta.

 

  • Ultima domanda: Della nostra Costituzione cosa salverebbe?

 

Della nostra Costituzione credo che debba essere salvato il metodo con cui ci si è arrivati. Voglio citare uno dei Padri Costituenti, Calamandrei, il quale ha scritto che sotto questa Costituzione ci sono tre firme che sono un simbolo: De Nicola, Terracini, De Gasperi. Tre nomi, tre idee, tre concezioni che costituiscono le correnti più importanti del nostro Paese. Cosa vuol dire?  Vuol dire che intorno a questo statuto si è formato il consenso dell’intero popolo italiano, di tutti. Questo è il valore fondamentale della nostra Costituzione. Non è l’imposizione di qualcuno sugli altri a colpi di maggioranza, è il consenso, lo ripeto, di tutti. E poi salverei, chi non lo fa non conosce la Costituzione o come dire “trucca le carte”,la struttura stessa della Costituzione. Che si può leggere in tanti modi, uno di questi è il catalogo di diritti ma accanto la previsione di strumenti per la tutela effettiva di questi diritti, la traduzione di questi diritti in realtà viva, vera. Prendiamo il diritto alla salute, se esso è presidiato dalla magistratura autonoma e indipendente che non ha timore reverenziale nei confronti di nessuno se non dela legge, ecco che possono esservi processi come sulla Tissen, sulla Eternit che sono, quale che ne sia l’esito definitivo, segnali importanti di una tutela effettiva sul versante della sicurezza e della salute sui posti di lavoro in attuazione dei principi della Costituzione ad opera di una magistratura autonoma ed indipendente.

 

(Intervista a Gian Carlo Caselli, di Pierluigi Mele, 9 maggio 2011)

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte (di Umberto Eco)

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)
 (foto di Sergio Siano)

 

Benché il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall’altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.

Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell’altro, ma per protestare contro l’attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d’accordo.

Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi?

Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza. In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro. Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all’esternazione.

Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma.

Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile – segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).

In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di “vita sospesa”, pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas…

Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall’eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l’avevo pensata era perché un poco ci credevo. Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero – e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un’anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che – morte e definitivamente alcune cellule – altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo.

Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l’alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita? Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo. Visto che c’è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo. Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere?

A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire “io”, reagendo al massimo a qualche modificazione dell’umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più “io”, ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me.

La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all’infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre.

La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l’orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l’inferno – e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell’inferno.

Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell’incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale?

Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D’Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l’inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso.

E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale – e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità?

Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all’amore che una morte può incarnare. “Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, – da la quale nullu homo vivente po’ skappare: – guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; – beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, – ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

(Umberto Eco, editoriale per “La Repubblica”, 12 febbraio 2009)

Le idee cardine della Costituzione Italiana (di Norberto Bobbio)

 

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Il testo qui proposto è stato scritto dall’autore come introduzione allo studio della Costituzione Italiana per un testo scolastico, in adozione negli anni 1980. Bobbio mostra come la nostra Costituzione sia la risultante, nei suoi principi ispiratori, di quattro “idee cardinali” maturate nella cultura giuridica della vecchia Europa.

 

 

  1. L’idea liberale

L’idea fondamentale del liberalismo è che l’individuo ha un valore assoluto, indipendentemente dalla società e dallo Stato di cui fa parte, e che pertanto lo Stato è il prodotto di un libero accordo tra gli individui (contrattualismo). Il liberalismo nasce dalla crisi della concezione autoritaria e gerarchica della società, propria del pensiero medioevale. Si afferma in un primo tempo nel corso delle guerre di religione – soprattutto per opera delle sette  non conformiste che affermano i diritti della coscienza individuale contro la supremazia delle Chiese organizzate e contro gli Stati confessionali -, come liberalismo religioso, cioè come affermazione della libertà religiosa, ovvero della libertà di credere secondo coscienza e non per imposizione. Nell’organizzazione della società, il frutto più alto del liberalismo religioso è il principio di tolleranza, secondo cui nessuno deve essere perseguitato a causa della propria professione di fede. Il liberalismo si sviluppa poi nelle idee dei primi teorici dell’economia e in genere nei pensatori illuministi come liberalismo economico, cioè come affermazione del diritto dell’individuo ad essere affrancato dai vincoli alla disposizione e alla circolazione dei beni d’origine feudale, a cui si erano sovrapposti, durante il periodo della monarchia assoluta, i vincoli derivanti dal protezionismo statale (mercantilismo), e a svolgere la propria iniziativa nel campo dell’economia, secondo le proprie capacità e non seguendo altra regola che quella del proprio interesse individuale sino al limite in cui questo non contrasta con l’interesse altrui. Alla concezione liberale della vita economica è connessa l’idea di concorrenza e quindi della lotta disciplinata dal diritto, come metodo di convivenza e pungolo del progresso sociale. L’idea liberale trova infine la sua conclusione nel liberalismo politico, la cui patria è l’Inghilterra, ossia una determinata concezione dello Stato, nella concezione appunto dello Stato Liberale: secondo questa concezione, il fine dello Stato non è già un fine positivo, di provvedere, ad esempio, al bene comune, di rendere i sudditi moralmente migliori, o più saggi, o più felici, o più ricchi, ma è il fine negativo di rimuovere gli ostacoli che impediscono al cittadino di migliorare moralmente, di diventare più saggio, più felice, più ricco, secondo le proprie capacità e a proprio talento.

Contro lo Stato assoluto, in cui il sovrano, ha un potere senza limiti giuridici, cioè legibus solutus, lo Stato liberale è uno Stato limitato, cioè uno Stato in sui si tende ad eliminare il più possibile gli abusi del potere, e quindi a garantire la libertà dei cittadini dall’ingerenza dei pubblici poteri. Questi limiti derivano, in sede di principio, dai compiti ristretti che vengono attribuiti allo Stato, inteso come arbitro nella gara degli interessi individuali e non come promotore esso stesso di interessi comuni. Rispetto alla struttura giuridica i limiti del potere dello Stato vengono posti mediante due istituzioni caratteristiche: anzitutto mediante il riconoscimento che esistono diritti naturali dell’individuo anteriori al sorgere dello Stato, che lo Stato non può violare, anzi deve garantire nel loro libero esercizio (dottrina del diritto naturale); in secondo luogo, mediante l’organizzazione delle funzioni principali dello Stato, in modo che esse non vengano esercitate dalla stessa persona o dallo stesso organo (come accadeva nelle monarchie assolute), ma da diverse persone o organi in uno o altro modo cooperanti (dottrina della separazione e dell’equilibrio dei poteri).

 

          2. L’idea democratica

Mentre il liberalismo ha per principio ispiratore la libertà individuale, il principio ispiratore dell’idea democratica è l’eguaglianza. Liberalismo e democrazia non sempre si possono facilmente distinguere, perché rappresentano due momenti della stessa lotta contro lo Stato assoluto. Il quale, come Stato senza limiti, offende la libertà, ma, come Stato fondato sul rango, sui privilegi di ceto, sulla distinzione dei cittadini in diversi stati con diversi diritti e doveri, offende l’eguaglianza. Ciononostante sono due momenti distinti, e spesso nella storia costituzionale, appaiono contrapposti, anche se oggi, essendo confluiti l’uno nell’altro, hanno dato origine a regimi che sono insieme liberali e democratici.

Partendo dall’idea dell’uguaglianza, la teoria democratica afferma che il potere deve appartenere non ad uno solo o a pochi, ma a tutti i cittadini. Nonostante i molteplici significati assunti nel linguaggio politico contemporaneo dal termine “democrazia”, vi è un concetto fondamentale a tutti comune, quello di sovranità popolare. Secondo la teoria democratica, la sovranità, cioè il potere di dettar leggi e di farle eseguire, risiede nel popolo: se il popolo può trasmettere questo potere, o meglio l’esercizio di questo potere, temporaneamente ad altri, per esempio ai suoi rappresentanti, come accade nel sistema parlamentare, non può rinunciarvi e alienarlo per sempre. A questa stregua, mentre il liberalismo tende a proteggere essenzialmente i diritti civili, per esempio la libertà di pensiero e di stampa, di riunione e di associazione, la dottrina democratica ha come suo fine principale la difesa dei diritti politici, con la quale espressione si intendono i diritti di partecipare direttamente o indirettamente al governo della cosa pubblica. Uno Stato è tanto più democratico quanto più numerose sono le categorie dei cittadini a cui estende i diritti politici, sino al limite del suffragio universale, cioè dell’attribuzione dei diritti politici a tutti i cittadini con la sola limitazione dell’età, e quindi prescindendo da ogni differenza riguardante la ricchezza, la cultura o il sesso. Il che spiega, tra l’altro, come vi possa esser un divario tra uno Stato liberale puro e uno Stato democratico puro: uno Stato in cui fossero riconosciuti i principali diritti civili, ma il suffragio fosse ristretto, come accadeva in Italia sino al 1912, poteva dirsi liberale, ma non democratico; d’altra parte, uno Stato a suffragio universale può, servendosi degli stessi congegni della democrazia, instaurare un regime illiberale, come è accaduto in Germania nel 1933, quando il nazismo si impadronì del potere attraverso le elezioni.

Strettamente connessi con l’attribuzione dei diritti politici sono altri due istituti che caratterizzano lo Stato democratico: il sistema elettivo, che si differenzia dalla ereditarietà e della cooptazione, e in tal guisa permette l’esercizio del potere dal basso, o dello Stato fondato sul consenso; e il principio maggioritario, secondo cui le deliberazioni degli organi collegiali debbono essere prese a maggioranza, dal quale deriva il sistema cosiddetto del governo di maggioranza, che si distingue tanto da quello autocratico del governo di minoranza o di uno solo, quanto da quello, del resto irrealizzabile, dell’umanità. Questi diversi principi hanno contribuito alla formazione di una particolare forma di governo, che è andata attuandosi in Europa, con alterne vicende, via via che crollavano le antiche monarchie assolute, cioè alla formazione del regime parlamentare.

 

        3. L’idea socialista

Così come l’ideale di uguaglianza politica e giuridica ha via via integrato quello liberale della libertà individuale, così l’ideale dell’uguaglianza sociale ed economica, propugnato dal socialismo, si è sovrapposto e talvolta contrapposto, nel corso dell’ultimo secolo, a quello democratico. Anche il socialismo muove da una aspirazione egualitaria: ma considera l’eguaglianza politica e giuridica, promossa dalla dottrina democratica, un’eguaglianza puramente formale. Che il potere politico si diviso fra tutti i cittadini e che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge, è, per la dottrina socialista, una conquista necessaria ma non sufficiente. Sarebbe sufficiente se l’unica forma di potere, di cui i detentori potessero abusare per opprimere gli altri, fosse il potere politico. Ma il potere politico è molto spesso uno strumento di dominio nelle mani di coloro che detengono il potere economico: una tesi costante delle dottrine socialiste, nelle differenti e talora opposte correnti a cui hanno dato luogo, è che il potere politico è al servizio del potere economico, perciò la causa delle ingiustizie sociali che generano il disordine delle società non è tanto la differenza tra governanti e governati, quanto quella fra ricchi e poveri, di cui la prima è uno specchio generalmente fedele. Pertanto il socialismo ritiene che, per estirpare alle radici il disordine sociale, occorra instaurare un ordine in cui sia combattuta non solo la diseguaglianza politica, ma anche quella economica.

Il mezzo che il socialismo propugna per eliminare la diseguaglianza economica è l’abolizione, in tutto o in parte, della proprietà individuale, e l’instaurazione di un regime sociale fondato, in tutto o in parte, sulla proprietà collettiva. Il socialismo è sempre una forma, più o meno ampia, di collettivismo. Distinguendo la proprietà dei mezzi di produzione (per esempio la terra) dalla proprietà dei prodotti, si possono avere tre forme diverse di socialismo secondo che l’abolizione della proprietà individuale cada: 1) sui mezzi di produzione; 2) sui prodotti; 3) contemporaneamente sui mezzi di produzione e sui prodotti (collettivismo integrale). Per quel che riguarda i titolari della proprietà collettiva, essi possono essere, essi possono essere tanto piccole o grandi associazioni di lavoratori (come le cooperative, o le fattorie collettive dell’URSS), e in questo caso si parla di socializzazione della proprietà individuale, quanto gli enti pubblici o lo Stato, e in questo caso si parla di statalizzazione o nazionalizzazione (soprattutto delle grandi imprese).

La trasformazione della proprietà implica pure una profonda trasformazione nella funzione dello Stato. Mentre lo Stato liberale si astiene dall’intervenire nei rapporti economici, ed è, come si dice, neutrale, lo Stato socialista considera uno dei suoi principali compiti quello i intervenire per indirizzare le attività economiche verso certi fini di interesse generale, ora limitandosi a proteggere i più deboli economicamente con varie forme di assistenza (Stato assistenziale, nella espressione inglese Welfare State, cioè Stato-benessere), ora dirigendo, attraverso una pianificazione parziale o totale, l’economia del paese (Stato collettivista). In questo senso lo Stato socialista si oppone allo Stato liberale.

Rispetto alle idee sulla organizzazione dello Stato, dunque, mentre democrazie e socialismo possono collaborare ed integrarsi, onde lo forme molteplici di democrazia sociale del mondo contemporaneo, non sembra che eguale collaborazione possa avverarsi tra socialismo e liberalismo. Sino ad ora, almeno, nella misura in cui lo Stato socialista avanza, la dottrina dello Stato liberale declina. Il liberalismo ha una concezione negativa dello Stato, il socialismo una concezione positiva; là lo Stato è un regolatore delle attività economiche altrui, qua è esso stesso il protagonista dello sviluppo economico della nazione; l’uno si propone di esser semplice custode o guar-diano del benessere individuale, l’altro pretende di essere il promotore dell’interesse comune.

Il socialismo è dottrina antica: ma solo nel secolo scorso è passato da una fase utopistica (che va da Platone a Campanella, da Morelly a Fourier), cioè di ideazione più o meno fantastica di una società socialista, alla fase realistica, per opera soprattutto di Marx e di Engels, cioè alla fase di promovimento e organizzazione di movimenti politici in favore del proletariato (i partiti socialisti). Questi movimenti hanno assunto prevalentemente due indirizzi, che si susseguono con alterna vicenda nella storia ormai secolare del socialismo: l’indirizzo riformistico, che tende all’attuazione dello Stato socialista attraverso graduali riforme da ottenersi con metodo democratico e servendosi degli istituti caratteristici del governo parlamentare; l’indirizzo rivoluzionario, per il quale la società socialista non può essere raggiunta se non attraverso lo scardinamento della società capitalista borghese, la distruzione dello Stato di classe, e la conseguente sostituzione della dittatura del proletariato alla dittatura della borghesia. Le manifestazioni storicamente più importanti di questi due indirizzi sono il labourismo, che ha provocato radicali trasformazioni della società e dello Stato in Inghilterra e in alcuni Stati dell’Europa del Nord, e il comunismo, che ha condotto il movimento operaio alla conquista del potere in Russia, con la Rivoluzione d’Ottobre (1917), e dopo la seconda guerra mondiale, per tacere degli Stati minori dell’Europa orientali, in Cina, alla fine della lunga guerra civile e nazionale (1948).

 

            4. Il cristianesimo sociale

Quando ormai la contesa tra gli ideali liberali e socialisti era divampata, si venne formando, verso la metà del secolo scorso, una nuova dottrina politica e sociale, che prese posizione, con un programma di conciliazione tra i due contendenti, ed ha avuto crescente influsso, in alcuni Stati, sulla vita politica e sociale, soprattutto negli ultimi decenni: la dottrina sociale della Chiesa cattolica, nota col nome di cristianesimo sociale.

Del liberalismo essa rifiuta il presupposto individualistico e la libertà di concorrenza, che condurrebbero ad una lotta di tutti contro tutti, ove il più povero è destinato a soccombere. Ma pure accettando, del socialismo, l’esigenza di proteggere le classi più umili contro quelle dei più potenti, cioè l’impostazione di quella che si chiamò la “questione sociale”, rifiuta energicamente la tesi socialista dell’abolizione della proprietà privata. Considerando la proprietà come un diritto naturale, cioè come un diritto senza il quale l’uomo non può sviluppare appieno la propria personalità, la dottrina del cristianesimo sociale aspira, anziché alla sua soppressione, alla sua più ampia diffusione, in modo che possano diventare proprietari dei mezzi di produzione, attraverso forme che vanno dalla frantumazione della grande proprietà agricola alla partecipazione azionaria degli operai alle grandi imprese, il maggior numero di individui. Di fronte all’obiezione messa innanzi dai socialisti, che la proprietà individuale è il maggior fomite di discordia, essa risponde distinguendo il diritto di proprietà, che è privato, dall’uso di essa, che è sociale; e da questa distinzione trae la conseguenza che, se non si può negare all’individuo di avere diritti individuali sui beni economici, gli si può precludere, non solo con il richiamo al precetto evangelico della carità, ma ricorrendo alla regolamentazione coattiva dello Stato, un uso di questi beni che sia nocivo alla società e contrario al bene comune. Con la dottrina del cristianesimo sociale, la proprietà individuale viene riconosciuta, anzi estesa nella sua titolarità, seppur temperata nel suo esercizio.

Anche di fronte al problema dello Stato, il cristianesimo sociale rifugge dagli estremi della concezione negativa dei liberali e di quella considerata troppo positiva dei socialisti. Sin dall’inizio ammise, contro il liberalismo, che lo Stato doveva intervenire nella vita economica soprattutto per proteggere le classi più povere; sostenne contro lo Stato agnostico lo Stato dirigista, e fu fautore e promotore di legislazione sociale. Ma attenuò lo statalismo che giudicava eccessivo dei socialisti, sostenendo la necessità che si formassero fra l’individuo e lo Stato libere associazioni a scopo economico e sociale, le quali permettessero, da un lato, il superamento dell’individualismo l’attuazione dell’idea solidaristica, ed evitassero, dall’altro, il pericolo di cadere nel livellamento collettivistico. Accarezzò l’idea che, favorendo lo sviluppo di associazioni intermedie, si venissero costituendo associazioni di mestiere, composte sia da lavoratori che da imprenditori, che furono dette corporazioni, dalle quali ci si aspettava che la lotta di classe – che il liberalismo non voleva soffocata, perché causa di progresso economico e di elevazione dei ceti popolari, ma giuridicamente regolata, e il socialismo voleva eliminata alle radici mirando ad una società senza classi – fosse conciliata in una mutua comprensione dei rappresentanti del lavoro e del capitale, sottoposti alla stessa legge della morale cristiana.

 

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(Norberto Bobbio, 1980)

“Gli italiani, realisti miserabili” (di Maurizio Viroli)

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“Livelli di guardia” di Claudio Magris, da pochi giorni in libreria, raccoglie scritti che invitano a riflettere seriamente sul pericolo che la corruzione politica e morale vigorosamente cresciuta negli ultimi dieci-quindici anni travalichi i pochi argini rimasti saldi e distrugga le istituzioni repubblicane come il fango che una decina di giorni fa ha devastato Genova. Sono note civili, come chiarisce il sottotitolo; ma non nel senso generico che trattano di problemi politici, sociali e di costume, ma in quello più specifico di considerazioni che indicano la via faticosa per avere in Italia una vera vita civile, vale a dire rispetto della Costituzione, delle leggi e dei doveri dei cittadini. Il primo punto della “ricetta Magris” è rendersi conto che i principi etici e del diritto – appunto perché sono princìpi – vengono prima di altre considerazioni quali l’interesse, o l’opportunità, o la paura.

Il suo bersaglio polemico è il luogo comune – vero e proprio baluardo dell’ideologia pubblica e privata degli italiani – che dei principi possiamo allegramente fregarcene. A proposito della tesi illustrata da Angelo Panebianco, che “i princìpi servono solo se si resta vivi”, Magris osserva giustamente che “accade talvolta di restare vivi perché qualcuno, in nome di quei princìpi, muore, per difendere chi è minacciato”, e aggiunge che “la vita è certo un valore, ma non è detto sia il valore supremo; gli antichi ammonivano a non perdere, per amore della vita, per sopravvivere a ogni costo, le sue ragioni e il suo significato. […] Chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi è disposto a perderla la salverà, sta scritto nel Vangelo, testo non certo incline alle trombonate”.

Porre i principi al secondo posto, e la vita al primo, passa in Italia come massima di raffinato realismo politico. In realtà è un realismo miserabile, per l’evidente ragione che i principi sono spesso tanto reali, come forza che spinge all’azione, quanto gli interessi, e a volte più degli interessi. Ed è in realtà il modo di pensare dei servi. Deridere i princìpi, e non averne alcuno, è infatti il tratto caratteristico di chi vive obbedendo alla volontà di un altro. Questa italica abitudine a scambiare la mentalità servile per realismo è una delle cause principali della nostra inettitudine a difendere la libertà politica e a lasciarci dominare. Fino a quando non lo capiremo resteremo una Repubblica sempre in pericolo di essere soffocata dalla corruzione.

La seconda perla di saggezza, fra le tante, che il libro offre è l’Elogio del saper punire. Con tono pacato e bonaria ironia, Magris spiega che nelle scuole italiane è diventato quasi impossibile punire gli studenti che si rendono responsabili di atti vandalici, impediscono il regolare svolgimento delle lezioni, tormentano e umiliano compagni e compagne deboli o troppo buoni. L’insegnante che osa infliggere sanzioni anche ragionevoli e garbate deve affrontare torme di sociologi, psicologi, pedagogisti, per non parlare dei genitori, che gridano alla persecuzione che offende la personalità del trasgressore. “Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare – scrive giustamente Magris – e vedere traumi in ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti inducendoli a infischiarsene dell’insegnamento e a lasciare che tutti gli alunni telefonino con i cellulari durante le lezioni senza imparare nulla, per non incorrere in grane penose”. Avrebbe potuto aggiungere che una scuola che non sa punire forma la figura mostruosa del giovane tiranno, vale a dire la persona che ritiene che tutto gli sia lecito e rifiuta di riconoscere qualsiasi legittimo limite alla propria volontà di potenza.

La terza lezione di vita civile che possiamo trarre dal lavoro di Magris è l’ammonimento a indignarci sempre e subito contro ogni offesa alla dignità umana e ad abbandonare la folle abitudine a lasciar correre. L’Olocausto è avvenuto anche perché molti, ebrei e non, si illusero che “ogni stadio fosse l’ultimo gradino della violenza e delle discriminazioni inducendo così a un quietismo rassegnato nei confronti di quello che ci si illudeva fosse un male minore”. Se lasciamo che la violenza e la corruzione dilaghino (per continuare a usare metafore dell’alluvione), solo individui di grande coraggio, dei veri e propri eroi, sono in grado di opporsi. E spesso non ce ne sono, o non ce ne sono abbastanza. Per questo è assolutamente vitale, se vogliamo vivere liberi, coltivare la memoria non come culto del passato, ma consapevolezza dell’eterno presente: “La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per por-tarlo in quella patria, in quella casa natale che ognuno […] crede nella sua nostalgia di vedere nell’infanzia e che si trova invece in un futuro liberato, alla fine del viaggio”.

Come ogni etica civile che si rispetti, anche quella di Magris è sostenuta da un sentimento religioso che mi pare si fondi sull’idea che “la vita è sempre sacra” e che è dunque insensato credere siamo proprietari della nostra vita così come siamo proprietari di un’automobile che possiamo vendere o gettare fra i rottami a nostro piacimento. L’opposto dell’idea della vita come oggetto è l’idea della vita come missione al servizio di un principio, di un ideale. Fra gli ideali che Magris indica, senza fanfare, c’è quello del rispetto dell’altro, anche per il nemico, anche per l’avversario che vogliamo sconfitto e reso innocuo. Nessuna buona Repubblica è mai nata, o rinata, dimenticando il rispetto per l’altro.

 

(Maurizio Viroli, editoriale per “Il Fatto Quotidiano”, 15 novembre 2011)