La Costituzione, i partiti, i simboli che raccontano gli italiani (di Gabriele Maestri)

7141301b-6bce-43af-80de-56385885590a
L’autore Gabriele Maestri

Li abbiamo visti tutti nella nostra vita. Li troviamo sulle schede elettorali che votiamo in cabina; ci guardano da muri e tabelloni, occhieggiando da tabelle zeppe di nomio da manifesti di propaganda; spuntano su schermi televisivi, giornali e siti web, tentando di veicolare messaggi, comunicare battaglie, idee e posizioni.

Li abbiamo visti tutti, i simboli dei partiti e delle liste, magari scuotendo la testa per la bruttezza o l’assurdità di certe trovate. Li abbiamo visti, ma forse non li abbiamo mai guardati con l’attenzione che meritano. Perché quei cerchi, oggi sempre più colorati – ma prima del 1992 erano in bianco e nero e, fosse stato per una delle ultime zampate di Francesco Cossiga al Quirinale, sarebbero rimasti così ancora per un po’ – possono dire molto della politica italiana e, prima ancora, sugli italiani che votano o si fanno votare.

Lo ammetto: io li ho visti e li ho guardati, anche troppo. Ho iniziato presto, quando non avevo ancora quattro anni: nel 1987 si votava per rinnovare le Camere, in casa arrivavano fac-simile di schede elettorali e, a urne chiuse, in televisione sfilavano continuamente gli emblemi politici della prima repubblica (e rimasi perdutamente innamorato della rosa nel pugno radicale, di cui quell’anno si fregiavaAnna Elena Staller, nota Cicciolina…). Quell’orda di simboli – che in tv erano già a colori – mi investì per giorni, ma non ne uscii traumatizzato: il tarlo simbolico, anzi, si insinuòa fondo nella mia mente, per non abbandonarla mai più.

Gli effetti sono stati così forti al punto che, finita l’università, mi è venuta l’idea di dedicare un primo articolo all’argomento; il materiale, col tempo, è cresciuto al punto da doverlo riversare – non senza rinunce – in due libri. Il primo volume, I simboli della discordia, aveva un taglio tecnico-giuridico, ma era drammaticamente serio; per potermi divertire (anche quando il retrogusto è amaro), ho scritto il secondo.

Per un pugno di simboli ha proprio lo scopo di dare voce ai tanti emblemi che negli anni hanno caratterizzato la politica italiana, perché possano raccontare «storie e mattane di una democrazia andata a male», come ho voluto indicare nel sottotitolo. Non importa che l’abbiano dominata per decenni o siano durati lo spazio di un mattino: meritano di essere raccontati per il solo fatto di essere stati concepiti.

In principio, va detto, era tutto più semplice. I simboli hanno due scopi: comunicare l’identità del partito, perché tutti ne riconoscano i valori (i contrassegni infattisono diventati obbligatori sulle schede con il suffragio universale maschile, così anche gli analfabetipotevano votare tracciando una croce) e distinguere una lista dalle altre. Almeno fino alla fine degli anni ’80 è prevalso il primo aspetto: in tanti si sono identificatinei valori contenutiin una falce con martello o in uno scudo crociato, in una fiamma tricolore o in un garofano. Oggi, con le identità quasiimpalpabili, gli emblemi parlano poco ed è difficile distinguerli dai marchi da supermercato: basta che non si somiglino troppo, per non confondere le idee a chi vota.

Già, tutto (o quasi) ruota intorno alla “confondibilità”, un rischio da evitare come la peste. Per questo la legge vieta di usare alle elezioni simboli uguali o confondibili, tutelando chi ha usato tradizionalmente un certo emblema (specialmente se ha eletti in Parlamento) o, se la raffigurazione è nuova, chi lo ha depositato per primo; nei contrassegni non si possono neanche usare soggetti religiosi, sempre per evitare che qualche elettore pensi che un partito gode della protezione di un Dio o di qualche Santo.

Tutto bene? Insomma. La confondibilitàresta un concetto soggettivo: avere le idee chiare su cosa sia confondibile (e su cosa si possa considerare «soggetto religioso») non è scontato. Alcuni problemi, poi, spuntano quando la macchina elettorale non è ancora partita, momenti sui quali la legge fino alla fine del 2013 non diceva niente o quasi: che si fa se in un partito da un congresso tumultuoso escono eletti due segretari avversari? E che succede seun gruppo di iscritti sbatte la porta ma rivendicail vecchio simbolo, ritenendo di incarnarne i valori più degli ex compagni di viaggioche hannocambiato grafica, ma non del tutto?(È successo agli “eredi” del Pci e quattro anni dopo, in modo quasi identico, a quelli del Msi).

1925c615-5212-4cbf-be6e-e674f43e660b
La copertina del libro, Aracne Editore, 2014, 372 pagine, illustrato

Per un pugno di simboli indaga tutto ciò, senza risparmiare le pagine comiche e grottesche, tratto irrinunciabile per gli italiani, e correda la narrazione con oltre 700 immagini a colori, perché senza ci sarebbe meno gusto. Si parla di falci e martelli che si moltiplicano in modo inversamente proporzionale al peso dei partiti che li mantengono; di fiammelle rimpicciolite fin quasi a spegnersi, finendo comunque più volte in tribunale; di lotte a colpi di ricorsi, diffide e lanci di microfoni per conquistare il garofano socialista, o ciò che ne resta (lotte non troppo diverse dagli scontri, meno cruenti, relativiall’edera repubblicana e al sole nascente socialdemocratico). C’è la storia infinita dello scudo crociato, da vent’anni al centro di dispute davanti ai giudici e alle commissioni elettorali: nuove o vecchie sedicenti Democrazie cristiane spuntano come funghi e ognuna pretende di essere quella originale, o almeno di poter usare in pace il simbolo.

Nel libro ci sono anche le storie di partiti Highlander, davvero immortali (nel senso che scioglierli è quasi impossibile e rispuntano fuori quando nessuno se lo aspetta), le vicende di furbacchioni matricolati, pronti a mettere in campo illusioni ottiche per raccattare voti o sgambettare avversari. Sono racconti “dell’altro mondo”, un mondo in cui si teme che un orsetto sorridente o un girasole su fondo verde somiglino a un sole che ride, in cui un mazzo fitto di garofani si confonde con un solo fiore, in cui ciurme di Pirati si combattono e insidiano soggetti a cinque stelle, in cuiillustri sconosciuti finiscono sui giornali perché il loro cognome, schiaffato in vista nel simbolo, è identico a quello dei concorrenti più famosi e qualcuno ci casca.

E c’è spazio, infine, per persone completamente votate alla causa, del loro simbolo o dell’Ideale: dalla Sacra Romana Imperatrice (Liberale Cattolica), unica garante riconosciuta del rito della fila al Viminale per consegnare gli emblemi prima del voto, al Giustiziere d’Italia che ha presentato per anni la sua stella da sceriffo, non è mai riuscito a farsi eleggere ma non ha mai abbandonato la posizione. Perché, anche se la democrazia è andata a male, qualcuno ai simboli – strumento del diritto e del dovere di votare – crede sul serio.

simboli maestri

Ecco una piccola anteprima…

Buona lettura!!

(Gabriele Maestri, Costituzionalista, http://www.isimbolidelladiscordia.it

Le parole e il senso perduto (di Michele Ainis)

books-wallpaper-books-to-read-28990406-1024-768

Un altro anno se ne va, con il suo carico d’affanni. E di parole: troppe, vocianti in ogni dove, discordi come le note strimpellate da un bambino. Ecco, le parole. Ne riconosciamo il suono, ma non ne comprendiamo più il significato. A forza d’abusarne, le abbiamo logorate. Laicità, democrazia, riforme: quali informazioni, quali concetti ci trasmettono? Credevamo di saperlo, non ne siamo più tanto sicuri. O forse sarà perché il mondo cambia in fretta, mentre da parte nostra non troviamo le parole nuove per descriverlo. La guerra, per esempio. È un’esperienza bellica quella che stiamo attraversando? Nessuno Stato ha convocato i nostri ambasciatori per dichiararci guerra. Là fuori non c’è un esercito nemico, con la sua divisa blu. Non esiste nemmeno una linea del fronte, eppure da qualche tempo ci sentiamo tutti al fronte. E sacrifichiamo una per una le nostre libertà, per guadagnarne maggiore sicurezza. Lo facciamo in difesa dei nostri valori, nel momento esatto in cui li stiamo ricusando. Come soldati della democrazia, altra parola ormai divenuta incerta. Perché qui attorno chiunque si proclama democratico, i politici, gli intellettuali, i nonni, le zie. Ma se tutti sono democratici, nessuno è democratico. L’identità si ritaglia in opposizione all’altro, così come il popolo italiano si distingue dal popolo russo o americano. Nel febbraio 2007 il manifesto fondativo del Pd esordiva con questa frasetta: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Sarebbe possibile volgerla al contrario? Avrebbe senso scrivere: «Noi, gli antidemocratici, odiamo l’Italia»? No, e allora quella frase non significa più nulla.

Wittgenstein li chiamava «crampi mentali»: l’immagine dell’oggetto si dissocia dalla sua sostanza, sicché ciascuno ci vede un po’ quel che gli pare. Come racconta un volumetto di Paolo Legrenzi e Armando Massarenti (La buona logica), la nostra percezione spesso è falsata da queste trappole visive. Che poi si trasformano in trappole verbali, generando in ultimo altrettante logomachie: dispute sulle parole, non sulle questioni. Chiunque accenda a un’ora tarda la tv, sintonizzandosi sul talk show di turno, ne può collezionare un campionario. Come dimostra l’eterna querelle sulle riforme, per fare un altro esempio.

C’è mai stato un governo che non si sia dichiarato riformista? Mai: tutti i governi, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, ci hanno sventolato sul naso le proprie riforme. D’altronde ogni legge introduce una riforma sulla legislazione preesistente, e i governi stanno lì per dettare le leggi. Tuttavia, di nuovo: se tutti sono riformisti, nessuno è riformista. Forse è questo a intossicare la nostra vita pubblica, l’assenza d’un linguaggio rigoroso. E più onesto, più sincero. Una riforma, se è davvero tale, pesta qualche piede, e ne riceve in contraccambio dei calcioni. Se tutti stanno buoni e zitti, significa che non è successo niente. È una riforma la Buona Scuola? Certo, a giudicare dal vespaio di reazioni che ha destato. E la riforma Madia sulla pubblica amministrazione? Fin qui procede nel sonno degli astanti, senza incontrare opposizioni. Dunque c’è la parola, non la cosa.

D’altronde pure l’opposizione ha perso i suoi colori. Destra e sinistra restano categorie del codice stradale, non più della politica. Sono di sinistra i 5 Stelle? Probabilmente no, però neanche di destra, e men che mai di centro. Allora cosa sono? Per definirli, un’altra pioggia di parole trite: populismo, estremismo, antipolitica. Le stesse che usiamo per la Lega di Salvini, benché i due movimenti muovano verso contrarie direzioni. Il senso di marcia, ecco il senso di cui sono ormai prive le parole. In quello specchio verbale si riflette il nostro spaesamento.

(Michele Ainis, editoriale per il “Corriere della Sera”, 10 dicembre 2015)