“Avvocati formano avvocati” (un libro di Giovanni Pascuzzi)

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Avvocati formano Avvocati, recensione al libro di Giovanni Pascuzzi, Il Mulino, Bologna, 2015, 21 euro

L’ultimo libro del Professor Pascuzzi  (ordinario di diritto privato comparato presso l’Università di Trento e avvocato) si rivolge a coloro che si assumono la responsabilità di formare e aggiornare gli avvocati. Tuttavia, la lettura di questo  saggio (230 pagine, bibliografia inclusa) potrebbe essere tranquillamente estesa anche agli altri formatori, cioè a coloro appartenenti a  discipline diverse, in quanto si propone di rendere più familiari le tematiche proprie dell’apprendimento allo scopo di poter andare ad erogare una formazione più efficace;  è infatti ricco di suggerimenti e consigli metodologici generali, oltre che specifici alla disciplina giuridica, e dunque applicabili anche in settori distinti da quello forense.

Per evidenziare meglio l’utilità che questa lettura può avere nei confronti del mondo della formazione, basta riportare le parole che il Pascuzzi scrive nel primo capitolo, dedicato, appunto, all’insegnamento e all’apprendimento: “Secondo un’efficace similitudine il formatore può essere paragonato al regista di un’opera teatrale. Egli predispone i luoghi entro cui prenderà vita  la rappresentazione con riguardo alle strutture fisiche e al significato culturale che le stesse possono seguire. Poi costruisce lo sfondo, ovvero il clima nel quale matureranno le diverse esperienze formative affinché acquistino efficacia (pag. 14),  e con tono critico, sostiene che  “La formazione, e quella degli adulti in particolare, non deve seguire lo schema del ‘io parlo, voi ascoltate’: per rendere efficace la didattica, occorrono metodologie che coinvolgano i partecipanti. (pag. 10)

Inoltre, vi è ampio spazio per ragionamenti generali attorno alle teorie sull’apprendimento (vedi pag. 43 ss.) e sui diversi tipi di approcci che possono essere applicati (vedi: comportamentista, cognitivista, costruttivista etc.), nonché varie precisazioni terminologiche attorno a concetti che spesso diamo per scontati o, ancora peggio, definiamo in poche parole, svuotandoli  in realtà di valore reale e dimenticandone l’importanza che essi dovrebbero assumere nel momento dell’erogazione di un processo di formazione professionale o didattico. Penso al significato di “comportamento”, di “memoria”, di “apprendimento”,  o alle “strategie didattiche”  (vedi pag. 97-172) che l’autore cerca di presentare  in una prospettiva  chiara ed utile, appunto, sia al formatore, sia  a colui che deve e dovrà essere formato; è dato rilievo anche agli strumenti più moderni di insegnamento, come ad esempio la “biblioteca virtuale” e il cosiddetto “e-learning” (vedi pag. 164 e 182 ss). Un piccolo manuale, dunque, che oltre ad essere di facile lettura, sembra di grande aiuto, ed in cui sono presenti anche tabelle e tavole schematiche che facilitano la comprensione “per tutti”.    (in immagine un esempio)

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Per tornare alla specificità del saggio in questione, l’autore, nello spiegare come nacque l’idea di pubblicare un libro di questo tipo,  scrive che “a volte mi sono sentito ripetere dai colleghi avvocati che mi invitavano a tenere un seminario in questa o quella scuola forense, frasi di questo tipo: caro Professore, venga a tenerci una lezione sull’argomento che desidera. (…)  Ma tale modo di fare è sbagliato per almeno due ragioni: l’intervento formativo non si improvvisa, ma deve avere obiettivi chiari e predefiniti all’interno di una strategia complessiva; e, in secondo luogo, il relatore deve approfondire temi individuati nell’interesse dei fruitori, non dei suoi gusti. Il rischio è che ai partecipanti al processo formativo vengano somministrati eventi slegati tra di loro senza nessuna reale utilità. (pag. 9)

La lettura appare quindi naturalmente diretta, oltre che ai formatori in generale, ad un pubblico specifico: i colleghi avvocati e professori delle scuole forensi, nonché ai giovani praticanti. Riguardo a questi ultimi infatti l’autore propone una interessante distinzione (e consiglio) tra il “diventare avvocato” in senso formale, e “l’essere avvocato” in senso sostanziale:  “Si diventa avvocati, dal punto di vista formale, alla luce della L. 247/2012; ma se invece si guarda alla sostanza, si diventa avvocati (rectius: si è avvocati) quando si padroneggiano saperi, abilità e atteggiamenti che, innestandosi sulla formazione acquisita all’Università, consentono di svolgere la professione assicurando qualità e competenza alla clientela e all’intera società.” (pag. 10). Ci si sofferma inoltre su quella che è stata definita come la “peculiarità del sapere giuridico”. L’autore ci spiega che “il diritto è una scienza  con un proprio statuto epistemologico che presenta alcune peculiarità. L’oggetto di studio delle diverse scienze di regola è esterno e indipendente dal soggetto conoscente. Il fisico, ad esempio, studia i fenomeni della natura osservandoli e cerca di scoprire le leggi che li regolano. Non ha la capacità o la possibilità di incidere su questi fenomeni (…); il giurista, invece, costruisce la scienza che egli stesso studia. (…) Ogni volta che si elabora una nuova teoria giuridica, un nuovo istituto giuridico, o un nuovo metodo per lo studio del diritto l’uomo contribuisce ad edificare la scienza giuridica che diventa poi oggetto di studio. Si può dire che il giurista studia un oggetto che egli stesso contribuisce a creare.” E dunque, “occorre guardare alla scienza giuridica come ad una variabile, ad un oggetto che muta  ed è mutato nel corso del tempo”(pag 22)  in quanto “la formazione giuridica è funzione della concezione del diritto a cui si aderisce, e del ruolo che si ritiene il giurista debba svolgere nella società” (pag 24)

Il Pascuzzi sembra quindi essere fedele a quella linea di pensiero che non vede nell’esercizio della professione forense un semplice strumento di lavoro, né un’ attività svolta allo scopo di trarne un guadagno meramente economico; esso vede, nell’ ”essere avvocato”, una vera e propria funzione sociale. Basti pensare alle parole di Piero Calamandrei, che a riguardo ci tramandò un significato profondo:  “Molte professioni” scriveva il giurista e Padre Costituente,  “possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sè, assumere su di sè i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce. L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità.” Il ruolo della formazione di essi è dunque un ruolo sociale, oltre che tecnico-giuridico. Questo credo sia il messaggio che il Pascuzzi, spiegandolo tecnicamente nel suo libro, cerca di tramandare (oltre che ai formatori ed agli avvocati di professione) anche alle nuove giovani generazioni, sempre più “inquinate” da insegnamenti puramente nozionistici che sembrano svuotare di  significato una materia (il diritto) che invece vive anche di principii e di valori.

Da non sottovalutare inoltre l’approccio del libro, che è anzitutto un approccio metodologico, e che spinge ad andare oltre la concezione del sopracitato “insegnamento nozionistico” del diritto.  Come scrisse Jean Giraudoux (nel suo dramma “La guerra di Troia non si farà ,1935), “non esiste modo migliore di esercitare l’immaginazione che lo studio della legge. Nessun poeta mai interpreterà la natura così liberamente come un avvocato la verità. “ Ma per riuscire a esercitare l’immaginazione e l’interpretazione c’è prima bisogno di imparare. E per imparare, c’è bisogno di qualcuno che sappia insegnare. Forse lo scopo di questo libro è soprattutto questo.  Lo espresse secoli addietro San Tommaso d’Aquino, il quale scrisse che il Maestro si limita a “muovere”, a “stimolare il discepolo”. E  solo se risponde a questo stimolo, sia durante che dopo l’esposizione del maestro, il discepolo può arrivare ad un vero apprendimento. Ma il saper “muovere” e “stimolare” derivano a loro volta da anni di studio e apprendimento.

La presente opera appare inoltre ricca di definizioni utili anche agli altri saperi. Penso alla distinzione che l’autore fa tra la “conoscenza dichiarativa” e quella “procedurale”, tra quella “esplicita” e quella “implicita”, nonché sulla descrizione del ruolo del docente e la distinzione che fa tra “indottrinatore, istruttore,mediatore e orientatore”;   di particolare interesse poi il concetto di avvocatura come “comunità di pratiche”, in cui l’interrelazione tra i vari soggetti è fondamentale non solo dal punto di vista umano, ma anche (soprattutto) dal punto di vista formativo.  A riguardo, vale la pena riportare la narrazione diretta che il Professore fa di una sua esperienza: “Qualche tempo fa, nell’ambito di un congresso di aggiornamento rivolto agli avvocati, sono stato invitato a parlare del rapporto tra professionista e cliente con particolare riferimento all’avvocato di famiglia (…); dopo aver brevemente introdotto l’argomento chiesi se ci fossero interventi . Ebbene molti partecipanti intervennero spiegando di essersi trovati spesso di fronte a queste situazioni (…); partì un dialogo fittissimo in cui ciascuno raccontava la propria esperienza e anche l’approccio che aveva adottato. (…) Esisteva quindi una conoscenza diffusa di un tema scarsamente trattato nei libri e non riconducibile al sapere giuridico tout court ma comunque condivisa dalla comunità di pratica formata dalle persone partecipanti al seminario. La mia relazione iniziale era diventata solo un preteso. La parte più vivace e davvero arricchente dell’evento si venne formando nel contesto, grazie agli interventi dei tanti avvocati che portarono contributi originali frutto della propria esperienza professionale. I partecipanti ne sapevano più di me e presi una buona dose di appunti. Ci fu apprendimento reciproco. “ (pag 20 21)

Dentro questo piccolo volume, vi è dunque racchiuso un prezioso consiglio, che rimanendo spesso inascoltato, suona quasi come segreto: “Imparare ad imparare.”

Buona lettura.

Giovanni Chiarini

(in foto: l’autore Giovanni Pascuzzi)

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