“I giovani e la Costituzione” (intervista a Valerio Onida)

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  • Professore, parlare di Costituzione ai giovani, che senso ha oggi?

“Oggi più che mai ha senso parlare di Costituzione in quanto deposito dei valori di fondo e dei princìpi della comunità civile a cui tutti apparteniamo. In una città come quella di oggi così frammentata e pluralista, in cui gli elementi di divisione, contrapposizione, di separazione e talvolta di ghettizzazione tendono a prevalere sugli elementi che invece uniscono, è più che mai importante richiamare la Costituzione come fondamento della comunità. Se non ci fosse un autoriconoscimento sulla base di princìpi di questo genere verrebbe meno il nostro stesso stare insieme.”

 

  • Possiamo parlare di Costituzione “giovane”, nel senso di “innovativa” e “rivoluzionaria”?

“La Costituzione porta con sé dei valori che sono permanenti, quindi è improprio parlare di una Costituzione “vecchia”. Le migliori Costituzioni sono quelle longeve. Ma è anche una Costituzione innovativa nel senso che riconquistarne e riviverne i valori all’interno di una realtà in continuo cambiamento significa costruire il futuro. Nel realizzare il futuro non si parte mai da zero, ma da un deposito di valori che sono appunto quelli contenuti nella Costituzione.”

 

  • Quant’è importante entrare nell’università, intesa nella sua accezione di ‘universitas’, a parlare di Costituzione?

“L’ ‘universitas’ è appunto la quintessenza del ritrovarsi in una comunità in cui l’aspetto della ricerca e del pensiero umano sono centrali. In fondo il costituzionalismo e le Costituzioni sono una delle conquiste del pensiero umano, in termini di idee e di idee forti. Spesso non c’è corrispondenza con la realtà, basta misurare la distanza tra ciò che accade nel mondo e ciò che sta scrittoin queste importantissime Carte. Nonostante ciò, i princìpi presenti nelle Costituzioni sono i punti di riferimento, i traguardi ai quali l’umanità deve guardare. Se mancassero questi, avremmo di fronte a noi soltanto un baratro.”

(intervista in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Valerio Onida, 2010, editoriale dell’Università di Verona)

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“L’integrazione degli islamici” (di Giovanni Sartori)

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In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofi­lo ». E che non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due rea­zioni.

Chi più avversa l’immi­grazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini fir­mò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, in­vece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapi­da. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciut­to per chi vorrebbe capi­re. Ma a parte questa gira­volta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi ap­poggia Bossi (per esserne appoggiato in contrac­cambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è co­stituito dalla Chiesa e dal­la sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordio­sa, mentre la xenofilia del­la sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.

Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità» dell’islamico. Se­condo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall’espe­rienza. La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che. La risposta è sconfor­tante: no.

Il caso esemplare è l’In­dia, dove le armate di Al­lah si affacciarono agli ini­zi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominaro­no l’intero Paese. Si avver­ta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finisse­ro in un mare di sangue. Conosco, s’intende, an­che altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Tur­chia. Tutti casi che rivela­no un ritorno a una mag­giore islamizzazione, e non (come si sperava al­meno per la Turchia) l’av­vento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.

Veniamo all’Europa. In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai. Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se. Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re.

 

(di Giovanni Sartori, 20 dicembre 2009, Corriere della Sera)

“Questa magistratura è sempre più corporativa” (intervista a Gustavo Zagrebelsky)

Gustavo Zagrebelsky / corte costituzionale

Gustavo Zagrebelsky ha presentato agli studenti del Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Maglie il suo libro “Liberi servi”. L’incontro ha inaugurato il progetto “Peccatori Sì, Corrotti No. Il Grande Inquisitore e il peso della libertà”, con il patrocinio del Comune di Maglie, della Provincia di Lecce, della Regione Puglia, dell’Università del Salento e dell’Accademia Russa delle Scienze di Mosca. Ecco qui a seguito una breve intervista:

  • Zagrebelsky, di cosa parla il libro del quale ha discusso con gli studenti?

“Il libro prende spunto da un capitolo de “I fratelli Karamazov”, in cui c’è un dialogo tra il Cristo e il grande Inquisitore. Solo l’Inquisitore parla e fa una requisitoria contro il Cristo che sarebbe venuto a portare sulla terra la libertà. La tesi dell’Inquisitore è che gli esseri umani non amano la libertà, per l’umanità la libertà è un peso, una responsabilità, e gli uomini sono disposti quasi per natura a mettersi nelle mani di qualcuno che pensa e decide per loro”.

  • Cristo quindi non parla mai.

“Il silenzio è un grande tema di queste pagine. Che cos’è il silenzio? Io ho contato una cinquantina di significati. Può sembrare il vuoto, un recipiente che non contiene nulla, ma non è così. Nei campi di sterminio nazisti, il popolo ebraico formulò un’accusa parlando del “silenzio di dio”. C’è poi il silenzio della disperazione o il silenzio del terrore. Come nelle trincee della Prima Guerra Mondiale nel tempo che precedeva l’ora dell’assalto: quel silenzio tombale era il terrore della morte. C’è poi il silenzio della speranza, il silenzio dell’attesa, che poi è il tipico silenzio amoroso. Infine c’è il silenzio dialettico: il Cristo, tacendo, non fa altro che provocare il suo interlocutore”.

  • In Italia oggi abbiamo bisogno di libertà?

“Si potrebbe dare ragione all’Inquisitore: la libertà non è un bisogno. Noi abbiamo bisogno di sicurezza: nelle strade, nel futuro, in un impiego. La libertà non va confusa con la giustizia anche se spesso i due concetti si avvicinano e si toccano. La libertà è una conquista, non un’esigenza naturale, ma è un’aspirazione che si può avere ma si può anche non avere. Secondo l’Inquisitore gli esseri umani sono animali, che non vivono in libertà ma vivono nel branco, sotto strutture sociali. Il loro vivere in società è espressione di un’esigenza naturale, ma gli esseri umani hanno qualcosa in più, non sono solo animali. Questo qualcosa è ciò che ci spinge all’aspirazione della libertà”.

  • L’Italia si fida del potere, in particolare del potere giudiziario?

“All’epoca di Mani Pulite, il potere giudiziario era sostenuto dal consenso popolare: era un’epoca in cui la magistratura stava agendo in consonanza con una parte dell’opinione pubblica. Bisogna considerare che la magistratura è un corpo professionale, che negli ultimi decenni si è corporativizzata: le correnti hanno fatto sì che le strutture organizzative all’interno della magistrature si siano fossilizzate. In pratica sono diventate macchine di potere, non macchine ideologiche. Questo ha minato la fiducia nella magistratura, che tra l’altro patisce nell’opinione pubblica la cattiva qualità della legislazione”.

(di Angela Leucci, Gazzetta del Mezzogiorno, 7 novembre 2015)

“Carlo Rosselli, si deve vivere (e morire) per giustizia e libertà” (di Maurizio Viroli)

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Socialismo liberale, lo scritto politico più importante di Carlo Rosselli, esce in italiano nel 1945. La prima pagina reca la foto dell’autore, assassinato con il fratello Nello il 9 giugno 1937 a Bagnoles de l’Orne, in Francia, da sicari mandati da Benito Mussolini.

Rosselli aveva lavorato al testo quando era confinato a Lipari per aver organizzato nel 1926, insieme a Ferruccio Parri, la fuga del vecchio leader socialista Filippo Turati da Savona alla Corsica Nel 1929 evade in modo spettacolare da Lipari insieme a Francesco Fausto Nitti ed Emilio Lussu, con l’aiuto, da Parigi, di Gaetano Salvemini e Alberto Tarchiani. Nella Capitale francese, dove Rosselli e Lussu danno vita al movimento ‘Giustizia e Libertà’, esce nel 1930 la prima edizione con il titolo Socialisme liberal.

Più che un “libro organico”, avverte Rosselli nella breve prefazione, Socialismo liberale è la confessione della profonda crisi intellettuale che i giovani socialisti della sua generazione vissero prima quando capirono che la teoria marxista non aiutava e anzi danneggiava il movimento, poi di fronte alla tragica disfatta sotto i colpi del fascismo. Ma è anche il risultato della tenace volontà di Carlo Rosselli di uscire da quella crisi con una rinnovata e rafforzata consapevolezza intellettuale in grado di far rinascere su nuove basi il movimento socialista e di aiutare la riconquista della libertà in Italia. Come Guido Calogero, Rosselli propone un’alleanza strategica fra socialismo e liberalismo. Per socialismo intende “l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora domina il maggior numero”. Fine della rivoluzione socialista non deve più essere soltanto la trasformazione delle strutture sociali ma anche, e in primo luogo, una “rivoluzione morale”, vale a dire “la conquista, perpetuamente rinnovantesi, di una umanità qualitativamente migliore, più buona, più giusta, più spirituale”. Per liberalismo Rosselli intende non tanto lo Stato o la società liberale come si sono storicamente affermati in regime capitalisti come “la fede nella libertà non solo come fine, ma anche come mezzo”. La libertà spiega Rosselli, “non saprebbe conseguirsi attraverso la tirannia o la dittatura, e neppure per elargizione dall’alto. La libertà è conquista, auto-conquista, che si conserva solo col continuo esercizio delle proprie facoltà, delle proprie autonomie. Per il liberalismo, e quindi per il socialismo, è fondamentale la osservanza del metodo liberale o democratico di lotta politica; di quel metodo che, per la sua intima essenza, è tutto penetrato dal principio di libertà.

Rosselli elabora la sua proposta del socialismo liberale dopo una severa analisi dei vizi e degli errori che hanno portato alla sconfitta degli anni20: un’ideologia – il marxismo interpretato secondo lo stile positivista – che avviliva la volontà e gli ideali in nome del culto dei ‘fatti’ e delle obbiettive tendenze della società e della storia e che incoraggiava o l’attesa fideistica del futuro o la rassegnazione di fronte agli eventi ostili; la folle presunzione di minacciare una rivoluzione che non si era stati in grado di attuare (e forse neppure si voleva davvero) col bel risultato di spaventare i ceti medi e dare ai fascisti, il pretesto di ergersi a difensori dell’Italia contro il bolscevismo; l’incapacità di capire le trasformazioni del capitalismo al quale gli agitatori socialisti contrapponevano la stanca formula della socializzazione dei mezzi di produzione, mentre ben più efficace sarebbe stata (e sarebbe) una critica in nome della dignità morale e intellettuale della persona; l’irresponsabile e ingiusto disprezzo nei confronti del sentimento di amor patrio, mentre sarebbe stato moralmente degno e politicamente savio contrapporre al nazionalismo fascista, come fa Rosselli, l’idea mazziniana di patria intesa non come frontiere e cannoni, ma come il mondo morale di tutte le persone libere, la patria che non esorta a conquistare e dominare altri popoli, ma comanda di rispettare la loro dignità e di aiutarli a difendere o conquistare la loro libertà. In Socialismo liberale Carlo Rosselli coglie non soltanto le ragioni della crisi del socialismo, ma individua anche la causa vera della poca attitudine degli italiani al vivere libero e civile: “Ora è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo-, è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità”. Mancano quasi in tutti “il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale e la consapevolezza dei limiti propri ed altrui”. Abituati alla servitù nel dominio della coscienza, sono ben disposti alla servitù nel dominio sociale e politico.

Rosselli capisce il male italiano perché vive invece secondo la religione del dovere che ha imparato ad amare grazie soprattutto all’insegnamento della madre Amelia Pincherle Rosselli, una donna straordinaria per forza morale, grandezza dell’animo e finezza intellettuale. In una lettera alla madre che si accinge a recarsi al cimitero per la traslazione dei resti del fratello maggiore Aldo, volontario, morto in guerra, il 27marzo 1916, Carlo esprime la sua religiosità con parole nelle quali traluce la consapevolezza di un presagio: “La tragedia tua si colorirà di tinte universali perla suggestione del numero, e ti verrà fatto di porti grandi interrogativi anche riguardo alla vita terrena. Ma qualunque sia per essere la conclusione sentirai di aver creato per davvero tre vite, tre forze, tre anime non volgari, che per quanto infime, non saranno numeri vani, non lasceranno l’ambiente così come lo trovarono. Bruceranno forse tutt’e tre, ma per aver cercato di avvicinarsi troppo alla luce”. Fedele senza incertezze all’ideale della vita come missione lottò contro il fascismo con intransigenza assoluta. “Giustizia e libertà / per questo morirono / per questo vivono”. In questo epitaffio dettato da Piero Calamandrei per la tomba di Carlo e Nello Rosselli al cimitero fiorentino di Trespiano, c’è tutto il valore della loro eredità morale. Se fossimo un popolo di cittadini, quell’angolo di pace dove Carlo e Nello riposano accanto al loro caro “zio” Gaetano Salvemini, anziché essere desolato e abbandonato come sempre l’ho trovato, sarebbe il nostro Arlington, luogo di pellegrinaggio dove riflettere in silenzio sul loro sacrificio per ritrovare le ragioni di una religione della libertà.

(Maurizio Viroli, editoriale per “Il fatto quotidiano”, 21 agosto 2015)

“Avvocati formano avvocati” (un libro di Giovanni Pascuzzi)

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Avvocati formano Avvocati, recensione al libro di Giovanni Pascuzzi, Il Mulino, Bologna, 2015, 21 euro

L’ultimo libro del Professor Pascuzzi  (ordinario di diritto privato comparato presso l’Università di Trento e avvocato) si rivolge a coloro che si assumono la responsabilità di formare e aggiornare gli avvocati. Tuttavia, la lettura di questo  saggio (230 pagine, bibliografia inclusa) potrebbe essere tranquillamente estesa anche agli altri formatori, cioè a coloro appartenenti a  discipline diverse, in quanto si propone di rendere più familiari le tematiche proprie dell’apprendimento allo scopo di poter andare ad erogare una formazione più efficace;  è infatti ricco di suggerimenti e consigli metodologici generali, oltre che specifici alla disciplina giuridica, e dunque applicabili anche in settori distinti da quello forense.

Per evidenziare meglio l’utilità che questa lettura può avere nei confronti del mondo della formazione, basta riportare le parole che il Pascuzzi scrive nel primo capitolo, dedicato, appunto, all’insegnamento e all’apprendimento: “Secondo un’efficace similitudine il formatore può essere paragonato al regista di un’opera teatrale. Egli predispone i luoghi entro cui prenderà vita  la rappresentazione con riguardo alle strutture fisiche e al significato culturale che le stesse possono seguire. Poi costruisce lo sfondo, ovvero il clima nel quale matureranno le diverse esperienze formative affinché acquistino efficacia (pag. 14),  e con tono critico, sostiene che  “La formazione, e quella degli adulti in particolare, non deve seguire lo schema del ‘io parlo, voi ascoltate’: per rendere efficace la didattica, occorrono metodologie che coinvolgano i partecipanti. (pag. 10)

Inoltre, vi è ampio spazio per ragionamenti generali attorno alle teorie sull’apprendimento (vedi pag. 43 ss.) e sui diversi tipi di approcci che possono essere applicati (vedi: comportamentista, cognitivista, costruttivista etc.), nonché varie precisazioni terminologiche attorno a concetti che spesso diamo per scontati o, ancora peggio, definiamo in poche parole, svuotandoli  in realtà di valore reale e dimenticandone l’importanza che essi dovrebbero assumere nel momento dell’erogazione di un processo di formazione professionale o didattico. Penso al significato di “comportamento”, di “memoria”, di “apprendimento”,  o alle “strategie didattiche”  (vedi pag. 97-172) che l’autore cerca di presentare  in una prospettiva  chiara ed utile, appunto, sia al formatore, sia  a colui che deve e dovrà essere formato; è dato rilievo anche agli strumenti più moderni di insegnamento, come ad esempio la “biblioteca virtuale” e il cosiddetto “e-learning” (vedi pag. 164 e 182 ss). Un piccolo manuale, dunque, che oltre ad essere di facile lettura, sembra di grande aiuto, ed in cui sono presenti anche tabelle e tavole schematiche che facilitano la comprensione “per tutti”.    (in immagine un esempio)

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Per tornare alla specificità del saggio in questione, l’autore, nello spiegare come nacque l’idea di pubblicare un libro di questo tipo,  scrive che “a volte mi sono sentito ripetere dai colleghi avvocati che mi invitavano a tenere un seminario in questa o quella scuola forense, frasi di questo tipo: caro Professore, venga a tenerci una lezione sull’argomento che desidera. (…)  Ma tale modo di fare è sbagliato per almeno due ragioni: l’intervento formativo non si improvvisa, ma deve avere obiettivi chiari e predefiniti all’interno di una strategia complessiva; e, in secondo luogo, il relatore deve approfondire temi individuati nell’interesse dei fruitori, non dei suoi gusti. Il rischio è che ai partecipanti al processo formativo vengano somministrati eventi slegati tra di loro senza nessuna reale utilità. (pag. 9)

La lettura appare quindi naturalmente diretta, oltre che ai formatori in generale, ad un pubblico specifico: i colleghi avvocati e professori delle scuole forensi, nonché ai giovani praticanti. Riguardo a questi ultimi infatti l’autore propone una interessante distinzione (e consiglio) tra il “diventare avvocato” in senso formale, e “l’essere avvocato” in senso sostanziale:  “Si diventa avvocati, dal punto di vista formale, alla luce della L. 247/2012; ma se invece si guarda alla sostanza, si diventa avvocati (rectius: si è avvocati) quando si padroneggiano saperi, abilità e atteggiamenti che, innestandosi sulla formazione acquisita all’Università, consentono di svolgere la professione assicurando qualità e competenza alla clientela e all’intera società.” (pag. 10). Ci si sofferma inoltre su quella che è stata definita come la “peculiarità del sapere giuridico”. L’autore ci spiega che “il diritto è una scienza  con un proprio statuto epistemologico che presenta alcune peculiarità. L’oggetto di studio delle diverse scienze di regola è esterno e indipendente dal soggetto conoscente. Il fisico, ad esempio, studia i fenomeni della natura osservandoli e cerca di scoprire le leggi che li regolano. Non ha la capacità o la possibilità di incidere su questi fenomeni (…); il giurista, invece, costruisce la scienza che egli stesso studia. (…) Ogni volta che si elabora una nuova teoria giuridica, un nuovo istituto giuridico, o un nuovo metodo per lo studio del diritto l’uomo contribuisce ad edificare la scienza giuridica che diventa poi oggetto di studio. Si può dire che il giurista studia un oggetto che egli stesso contribuisce a creare.” E dunque, “occorre guardare alla scienza giuridica come ad una variabile, ad un oggetto che muta  ed è mutato nel corso del tempo”(pag 22)  in quanto “la formazione giuridica è funzione della concezione del diritto a cui si aderisce, e del ruolo che si ritiene il giurista debba svolgere nella società” (pag 24)

Il Pascuzzi sembra quindi essere fedele a quella linea di pensiero che non vede nell’esercizio della professione forense un semplice strumento di lavoro, né un’ attività svolta allo scopo di trarne un guadagno meramente economico; esso vede, nell’ ”essere avvocato”, una vera e propria funzione sociale. Basti pensare alle parole di Piero Calamandrei, che a riguardo ci tramandò un significato profondo:  “Molte professioni” scriveva il giurista e Padre Costituente,  “possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sè, assumere su di sè i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce. L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità.” Il ruolo della formazione di essi è dunque un ruolo sociale, oltre che tecnico-giuridico. Questo credo sia il messaggio che il Pascuzzi, spiegandolo tecnicamente nel suo libro, cerca di tramandare (oltre che ai formatori ed agli avvocati di professione) anche alle nuove giovani generazioni, sempre più “inquinate” da insegnamenti puramente nozionistici che sembrano svuotare di  significato una materia (il diritto) che invece vive anche di principii e di valori.

Da non sottovalutare inoltre l’approccio del libro, che è anzitutto un approccio metodologico, e che spinge ad andare oltre la concezione del sopracitato “insegnamento nozionistico” del diritto.  Come scrisse Jean Giraudoux (nel suo dramma “La guerra di Troia non si farà ,1935), “non esiste modo migliore di esercitare l’immaginazione che lo studio della legge. Nessun poeta mai interpreterà la natura così liberamente come un avvocato la verità. “ Ma per riuscire a esercitare l’immaginazione e l’interpretazione c’è prima bisogno di imparare. E per imparare, c’è bisogno di qualcuno che sappia insegnare. Forse lo scopo di questo libro è soprattutto questo.  Lo espresse secoli addietro San Tommaso d’Aquino, il quale scrisse che il Maestro si limita a “muovere”, a “stimolare il discepolo”. E  solo se risponde a questo stimolo, sia durante che dopo l’esposizione del maestro, il discepolo può arrivare ad un vero apprendimento. Ma il saper “muovere” e “stimolare” derivano a loro volta da anni di studio e apprendimento.

La presente opera appare inoltre ricca di definizioni utili anche agli altri saperi. Penso alla distinzione che l’autore fa tra la “conoscenza dichiarativa” e quella “procedurale”, tra quella “esplicita” e quella “implicita”, nonché sulla descrizione del ruolo del docente e la distinzione che fa tra “indottrinatore, istruttore,mediatore e orientatore”;   di particolare interesse poi il concetto di avvocatura come “comunità di pratiche”, in cui l’interrelazione tra i vari soggetti è fondamentale non solo dal punto di vista umano, ma anche (soprattutto) dal punto di vista formativo.  A riguardo, vale la pena riportare la narrazione diretta che il Professore fa di una sua esperienza: “Qualche tempo fa, nell’ambito di un congresso di aggiornamento rivolto agli avvocati, sono stato invitato a parlare del rapporto tra professionista e cliente con particolare riferimento all’avvocato di famiglia (…); dopo aver brevemente introdotto l’argomento chiesi se ci fossero interventi . Ebbene molti partecipanti intervennero spiegando di essersi trovati spesso di fronte a queste situazioni (…); partì un dialogo fittissimo in cui ciascuno raccontava la propria esperienza e anche l’approccio che aveva adottato. (…) Esisteva quindi una conoscenza diffusa di un tema scarsamente trattato nei libri e non riconducibile al sapere giuridico tout court ma comunque condivisa dalla comunità di pratica formata dalle persone partecipanti al seminario. La mia relazione iniziale era diventata solo un preteso. La parte più vivace e davvero arricchente dell’evento si venne formando nel contesto, grazie agli interventi dei tanti avvocati che portarono contributi originali frutto della propria esperienza professionale. I partecipanti ne sapevano più di me e presi una buona dose di appunti. Ci fu apprendimento reciproco. “ (pag 20 21)

Dentro questo piccolo volume, vi è dunque racchiuso un prezioso consiglio, che rimanendo spesso inascoltato, suona quasi come segreto: “Imparare ad imparare.”

Buona lettura.

Giovanni Chiarini

(in foto: l’autore Giovanni Pascuzzi)

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